QUATTROCCHIO - QUATTROCCHI NEL LAZIO

 

 

CAMPAGNANO

LO STATUTO DI CAMPAGNANO DEL SECOLO DECIMOTERZO

Dello Statuto di Campagnano del Secolo decimoterzo ci è stato conservato nel suo originale, scritto per mano di notaio sopra un rotolo di pergamena. È conservato in Roma nell'Archivio Orsini insieme a quelli di Vicovaro del 1293 e di Cave del 1306. Lo statuto di Cave mi fu indicato dal prof. Tomassetti e gli altri due dal prof. Casanova ora defunto. Il Coppi ne fece anche stampare un breve trattato, ma la brevità non riusci a salvare il frammento dall'essere riprodotto molto infedelmente. Dopo il Coppi lo statuto venne ricordato dal prof. Tomassetti nell'opera Della campagna romana nel medioevo. Sebbene nessuno lo avesse fatto finora oggetto di speciale studio, esso è stato varie volte citato dagli eruditi. Lo Statuto inedito della città di Bracciano , diede in luce un decreto col quale il cardinale Ascanio Sforza, tutore di Giordano Orsini, nel 1552 estese a Bracciano lo statuto di Campagnano. Lo stesso cardinale Ascanio Sforza lo mise in vigore in Anguillara, in Trivignano e in Cerveteri, non so se pei suoi pregi intrinseci, o per ragioni di opportunità. Il professor Re a ragione" stimò che lo statuto di Campagnano avesse avuto un'applicazione ancora maggiore, e da questa circostanza indusse : « che la classificazione degli statuti italiani è in realtà assai più facile di « quanto a prima vista non sembri » . E un anno dopo il prof. Carlo Calisse opinava che lo statuto di Veiano fosse tra quelli, che hanno a base lo statuto di Campagnano . Tuttavia questo non è lo statuto del secolo XIII, come hanno creduto il Re ed il Calisse, bensì quello che vigeva nel secolo XVI, e sebbene non se ne conosca alcuna copia, riesce facile dimostrare, come esso fosse molto diverso da quello sancito nel secolo XIII. Così per esempio nel De Luca , il passo dello statuto di Campagnano riguardante l'esclusione delle femmine dal succedere è uguale non solo alle disposizioni degli statuti di Cervetri e di Bracciano , già ricordati, ma anche ad altri , mentre un passo corrispondente sarebbe vano cercarlo nello statuto di Campagnano del secolo XIII. Anche lo statuto di Campagnano subì quell'evoluzione che generalmente si riscontra negli statuti di giurisdizione feudale. Ai tempi delle grandi Libertà comunali, il popolo dei castelli feudali non fu estraneo alla compilazione delle proprie leggi. Per quanto i signorotti si accerchiassero di mura e di fosse, non poterono impedire che dai comuni vicini qualche raggio di libertà penetrasse nei loro possessi: onde vennero a concessioni svariatissime, che recano una grande varietà negli statuti, negli ordinamenti e nei bandi promulgati dai baroni italiani. Perciò, qualora si voglia trattare degli statuti, siano pure di giurisdizione feudale, oltre alla località è necessario tener presente' l'epoca, in cui furono emanati. Preme tanto più adottare un siffatto criterio, perchè la vita dei molteplici Stati in cui fu spezzata la nostra penisola, si svolse spesso parallelamente e in condizioni assai somighanti per molti riguardi. Prima fiori in essi un regime libero, al quale gradatamente andò subentrando la tirannia; e si manifestò tendenza a questa, anche dove continuò ad esistere la forma repubblicana. Tale trasformazione si verificò in tutti gli Stati itahani, non importa se prima o dopo, se in una forma o in un'altra. A Roma fino al secolo XV la sovranità effettiva, non parlo della formale, risiedette nell'aha nobiltà feudale, come a Milano e in altre città . Con Cola di Rienzo si ebbe un tentativo, che per poco non riuscì, di fondare un libero ed ordinato governo democratico.Nel secolo XV la supremazia del pontefice non ebbe più rivali, e non tardò a trasformarsi in potere assoluto. Anche nella legislazione i diversi Stati italiani ebbero uno sviluppo molto rassomigliante. Il diritto longobardo per lunghi anni prevalse in gran parte della penisola, prima fondendosi col diritto romano e poi soggiacendo alla influenza di esso. Nell'Italia media il diritto longobardo ebbe i suoi bei giorni. Pur nel secolo undecime il monastero di Farfa si reggeva ancora con quel diritto . Perciò non può essere esatto il sistema del Rosshirt, il quale divide gli statuti italiani in tre gruppi, riconoscendo in quelli della Italia settentrionale l'influenza longobarda, in quelli della media la romana, e in quelli della meridionale la longobarda, la franca e la greca . La località dunque non deve certo trascurarsi, ma è anche necessario tener conto dell'età in cui lo statuto fu promulgato e in questa sentenza mi conferma il confronto di non pochi statuti. In quelli compilati ai tempi delle grandi libertà comunali, non solo l'elemento romano è più scarso, ma lo statuto assume presso a poco l'aspetto di un patto tra il barone e il popolo. Questo viene espressamente convocato, ed un notaio redige la carta. Ne consegue che di regola ha forza obbligatoria pure per il signore, e talvolta, come nello statuto di Nonantola , in quelli di Vicovaro e di Campagnano , si stipula una multa nella quale incorre anche il barone, se viola le leggi sancite. L'intervento poi del popolo nel formare lo statuto si esplica in vari modi. Ora lo statuto trae origine dal consenso del barone a qualche domanda dei suoi vassalli, come quello di Pontecorvo dell'anno 1190 (Tosti, Storia della badia di Montecassino,Roffrldus Dei Grada cardinalis et Cassinensis 2* ed., II, 277), ora non è che il riconoscimento delle consuetudini esistenti, come quello di Atina del 1195 , ed ora è il barone stesso che nella redazione dello statuto procede insieme ai sapienti del castello, come in quello di Rivalta del 1293 (Claretta, Sugli antichi signori di Rivalta, e sugli statuti del secolo XIII da loro accordati, p. 139 ). Si va ancora più oltre. Lo statuto spesso è compilato per volere del signore e del popolo, come quello inedito di Vicovaro (1273). Gli statuti di Vallombrosa furono redatti soltanto per volere degli abitanti di tutta la curia (Statuti di Val d'Ambra e Vallombrosa: In nomine Domini amen. Millesimo ducentesimo quinquagesimo tertio ). In Montagutolo lo statuto fu «facto et ordinato et composito per li massari del decto comune sotto gli anni di N. S. 1280 ... ad onore del comune di Siena e dei conti di Civitella» . Parimente lo statuto inedito di Cave del 1305 fu redatto dal pubblico notaio anche per mandato del sindaco rappresentante del popolo , e così vennero compilati quelli di Cordovado del 1337 , di Moggio del 1337 , di Valvasone del 1359 , di Montenars del 1373 , di Ponzanello del 1470 . Ricordo infine uno statuto del 1477 , che fu compilato dagli statutari delle università soggette all'abbazia di Farfa e fu presentato all'abate per la sola conferma. Ma nel quattrocento le libertà declinarono sempre più rapidamente, e già nei castelli feudali si compilavano statuti come quello di Tarzo del 1444, in cui si sancisce che « omne eius verbum prò statuto habeatur, et observetur inviolabiliter, et quod statuta intelligantur semper ad beneplacitum ipsius episcopi » . Venuto poi il cinquecento, questo linguaggio diventa normale, e nelle terre feudali si rispecchia l'assolutismo degli Stati maggiorii Il popolo viene spogliato di ogni potere, ed il barone, nel dettare le norme legislative, comanda. Gli statuti, salvo rarissime eccezioni, rimangono isolati dalla vita vera e viva del popolo. Talvolta è il barone stesso che, chiuso con giureconsulti solimi Deum prue oculis habentes, redige lo statuto come fece Giorgio Santacroce nel 1571 per Velano (Copia manoscritta che si conserva nell'Archivio di Stato, p. 4. C. Calisse, Statuto inedito di Veiano in Studi e documenti di storia e diritto, a. VII, p. 503). Tal' altra con un decreto estende uno statuto, che già si trova in vigore altrove. Cosi, abbiam già veduto, proce- deva il cardinale Ascanio Sforza. Ottavio Farnese nel 1558 fece stampare gli statuti per Castro e Ronciglione. Sono preceduti da un dialogo tra il duca Ottavio ed un Pietro Artemio, priore di Gradoh. In questo dialogo si dice in sostanza che, sebbene molti abbiano governato col ferro e col fuoco, pure il duca preferisce di cattivarsi i suoi sudditi, reggendoli con buone leggi (Di questo statuto un esemplare sì conserva nella biblioteca del Senato e un altro nell'Archivio di Stato. Ecco il dialogo : OCTAVIUS FARNESIUS, DUX ILLUSTRISSIMUS.) Il dialogo è seguito da altri versi in lode di Gerolama Orsini, madre di Ottavio, che finiscono con una invocazione a Giove, perchè conservi a Castro e Ronciglione il duca Ottavio e la sua madre. Lo stesso carattere hanno generalmente gli altri statuti di questo secolo e dei successivi. Basta ricordare quello che i conti Brancaleoni diedero al castello di Piobbico nel 1518 (Manoscritto esistente nell'Archivio di Stato. Nel proemio si legge : «... Noi Roberto, Guido, Federico, Manfredo e Paris Gallas « dei Brancaleoni conti del Piobbico, amatori ed osservatori della giustizia, volendo provvedere al comodo pubblico e privato del nostro governo, comandiamo a detto popolo e comunità, che siano «osservate onninamente le presenti constituzioni e rubriche... , quello di Genga del 1582 (Manoscritto nell'Archivio di Stato. ), di Collalto del 1583 (Statuta Collalti cura Francisci Ferro edita, pp. 65 e 67. ), di Castel Gandolfo del 1588 (Presso l'Archivio di Stato.), di Torrita del 1593 (Manoscritto nell'Archivio di Stato. ), di Castiglione e Chiusi del 1.750 (Furono stampati a Siena l'anno 1750. ), del castello di Posta del 1755 (Manoscritto nell'Archivio di Stato.), e finalmente quelli concessi dal conte di Carpegna nel 1803 (Archivio di Stato, cartella 218.). Nondimeno si trova ancora qualche statuto, alla formazione del quale il popolo non è del tutto estraneo. Gli statuti di Civitalavinia del 1 567, ad esempio, furono compilati da due statutari eletti dalla comunità, ma per ordine e mandato del signore del castello Giovan Giorgio Cesarini (Manoscritto nell'Archivio di Stato : « Civitae Laviniae, d. Ioannis « Georgi! Caesarini, et perpetui domini magistrum d. Alexandrum de Alexandris, Caesarem de Tiberiis notarium egregium »). Se non che, oltre ad essere questa un'eccezione assai rara, trattasi di un intervento abbastanza effimero. Anzi gli statuti si andarono facendo sempre più rari, ed i baroni preferirono di dare le norme legislative con bandi, editti e .decreti. Rammento soltanto i bandi generali emanati nel 1658 da don Giuseppe Angelo Aquitano Cesi (Se ne trova un esemplare nell'Archivio di Stato (498), quelli del 1779 di don Agostino Chigi, principe di Farnese , il bando del duca di Monterotondo del 1707 , quelli di Alessandro Boncompagni Ottoboni da osservarsi nella terra di Piano del 17^5 , il decreto emanato dal conte di Carpegna nel 1803 , e l'editto promulgato a Roccasecca dal principe Pietro Gabrielli . Ora, sebbene le consuetudini baronali d' Italia non portassero come altrove a diritti crudeli ed insolenti, è facile immaginare a quanti eccessi dovessero trascorrere tutti questi signorotti, la cui volontà era legge, e il cui arbitrio illimitato era l'unico criterio nell' interpetrare gli statuti, i bandi e le altre disposizioni legislative. Il concetto unitario dello Stato, risorto col diritto romano, sviluppatosi cogli statisti del cinquecento, potè solo a fatica attuarsi, e nel governo della Chiesa ebbe per gran nemico il nepotismo. Il Theiner fa risalire il principio del dominio reale dei papi alla bolla di san Pio V, che proibì nuove infeudazioni . I pontefici, è vero, sancivano le Costituzioni e bandi da osservarsi in tutto lo Stato ecclesiastico, ma il frequente ripetersi di siffatte leggi mostra per sé la riluttanza dei baroni ad accoglierle. I bandi di Benedetto XIV del 1747 furono preceduti nel 1723 da queUi di Innocenzo XIII. In essi si sanciscono nuovamente le costituzioni di Pio IV, di Pio V e di Alessandro VIII, l'editto di Clemente XI e la costituzione di Clemente XII. A qulli di Innocenzo XIII è allegato un bando del 1745 sopra il portar ter:(aroli ed archibugi, e che avrebbe dovuto aver vigore in tutto lo Stato pontificio. Tanto poi Innocenzo XIII , quanto Benedetto XIV disposero che i loro bandi, contenenti norme penali e di polizia, dovessero essere osservati anche nei luoghi baronali. Ma con tutto ciò i pontefici non riuscirono a spezzare le diverse giurisdizioni, che inceppavano l'autorità sovrana, fino a che Pio VII, seguendo l'impulso della grande rivoluzione, col motupro- prio del 1815 diede al feudalesimo un colpo definitivo. Questa istituzione già decrepita crollò quasi contemporaneamente in altre regioni della penisola , ed i popoli itahani cominciarono a veder verificati i loro voti comuni in materia di riforme legislative. Questa digressione, forse un po' lunga, era necessaria per mettere in chiaro quanto l'epoca abbia influito sui statuti italiani, compresi quelli di giurisdizione feudale. Poco più sopra nel fare una comparazione tra parecchi statuti, si è tenuto conto soltanto dell'anno in cui furono emanati. Ne è risultato che quelli di una stessa epoca, sebbene appartenenti a regioni distinte, hanno grandissima affinità specialmente nel modo di redazione. Invece una differenza sostanziale si scorge in due statuti sanciti per lo stesso castello, ma in secoli differenti. Un esempio notevole di tale differenza ci offre il paragone tra lo statuto di Campagnano del secolo XIII e quello che ebbe vigore in seguito. Quest'ultimo probabilmente fu redatto sulla metà del secolo XV, quando le città della Tuscia, come già osservò il professor Calisse (Statuti ài Civitavecchia negli Studi e documenti di storia e diritto), seguendo il movimento generale, riordinarono i loro antichi statuti. Ci è forza limitarci ad una semplice ipotesi intorno a ciò, perchè non si conosce alcuna copia dello statuto e non si può affermar nulla di sicuro sulla sua data precìsa, ma si può dire invece quale ne fosse l'organismo, avendo sotto gli occhi lo statuto di Bracciano che, come s'è visto, trae la sua origine da quello dì Campagnano (Una copia è conservata nella biblioteca Vaticana, un'altra nell'archivio Orsini e una terza presso il duca Torlonia. V. Camillo Re, Studi e documenti di storia e diritto,). Esso comprendeva tutto il campo del diritto civile e penale colle relative procedure, non omessi i provvedimenti dì polizia e dì finanza : era diviso in quattro libri : cìvilium, extraordinariorum, de damnis datis, criminalium ; e quésti in numerose rubriche, tanto prolisse che qualcuna oltrepassava una pagina e mezzo di gran formato : vi sì scorge la mano dì un giureconsulto, che, immemore del precetto di Seneca , nel compilare un codice dì legislazione non sa staccarsi dalla disputa scolastica. ai quali nel 1270 il comune di Campagnano venne con Riccardo Annibaldi, e fu accettato dopo essere stato riformato e corretto dallo stesso Annibaldi e dal popolo di Campagnano . Questo statuto, che nel suo complesso è abbastanza bene ordinato, tratta prima molto diffusamente dei reati, e in ciò esso rassomiglia ad altri statuti contemporanei. Insieme alle disposizioni penali ve ne sono altre di polizia, e specialmente di polizia rurale. Seguono parecchie norme, secondo le quali si deve procedere e por termine alle questioni civili. Vengono infine norme molto disparate, come fu sempre nel libro extraordinarioriim degli statuti. Esaminando un po' più addentro i due statuti, la differenza si fa ancora più spiccata. Nel posteriore, il primo libro civiìmm comprende anche gli officia, e ventisette rubriche parlano del solo vicario : in quello del secolo XIII, come si vedrà meglio in seguito, neppure una parola a tale riguardo. Nel libro crimìnal'mm invece la differenza tra i due statuti di Campagnano è incontestabilmente minore ; ma non dovrà ciò ripetersi dal fatto che gli statuti in questa materia mantennero più lungamente la veste barbarica ? Quindi non può asserirsi, ma è probabile che lo statuto del secolo XIII fosse il seme, da cui si svolse quello dei secoli seguenti. Né deve far meraviglia, quando si pensi che pochi anni dopo la compilazione di quello statuto, nel 1287, Pietro Annibaldi proconsul Romanorum, che era succeduto nella signoria di Campagnano, a richiesta degli abitanti di questo castello faceva concessioni in materia di alienazione d'immobili e di dote (p. 78, tratto anch'esso dall'archìvio Orsini. ). Nel Colosseo, Invece lo statuto di Campagnano del secolo XIII ha una origine tutta sua propria. Fu redatto insieme coi patti dove allora gli Annibaldi avevano posto la loro dimora, ne fu redatto un atto pubblico dallo stesso lohannes domine Francisce, che aveva scritto lo statuto. Non è poi difficile immaginare quante altre aggiunte e quali modificazioni abbia subìto lo Statuto, dopo che nel 1370 Campagnano giurò vassallaggio al popolo romano, e quando più tardi passò agli Orsini. Insomma lo statuto di Campagnano del secolo XIII e quello del secolo XVI riflettono due epoche differenti, e la loro diversità è sostanziale. Lo statuto del secolo XIII è scritto per mano di notaio insieme ai patti che vennero stipulati nel 1270 tra il popolo di Campagnano e Riccardo Annibaldi; e qui sorge naturale una domanda: prima del 1270 il castello godeva libertà, o già viveva sotto il giogo più o meno grave di un barone ? I documenti difettano, e perciò è d'uopo rassegnarsi all'ipotesi più probabile, deducendola dalle condizioni generali del tempo e dai documenti posteriori. Invece si può determinare con certezza il nuovo stato, che gli abitanti del castello acquistarono dopo i patti del 1270. In base ad essi esporrò le condizioni del castello, i rapporti tra gli abitanti ed il signore, i loro diritti e doveri reciproci. Esaminerò infine rapidamente le singole norme dello statuto. Su Riccardo Annibaldi, cardinale di Sant'Angelo, partigiano accanito di Carlo d' Angiò e amico di S. Tommaso d'Aquino, abbondano le notizie (Gregorovius, Gesch. d&r Stadi Rom). Si sa invece pochissimo di Campagnano fino al 1270 (Tomassetti, Della campagna romana nel medioevo,). Situato sulla riva destra del Tevere, in quella parte della provincia di Roma che nel medioevo fu detta Tuscia Romana, vuoisi che il suo nome derivi dal fundus campanianus uno dei fondi che componevano la donmsculta Capracoro. Allo scomporsi di questa donmsculta Campagnano deve l'origine sua come castello. Per la prima volta viene chiamato ca- striim in una bolla di Anacleto II del 1130 , e annoverato tra i beni del monastero di S. Paolo. Il castello ebbe un rapido sviluppo, perchè la sua posizione elevata, salubre e forte, attirò gli emigranti da Capracoro, l'erede dì Veio, fondata in luogo malsano e poco riparato . Fino al 1270 mancano altre notizie. L'ipotesi più probabile è che si fosse elevato a comunità di uomini liberi come parecchi altri castra delle tre Provincie in cui allora si divideva il governo della Chiesa . Più di un argomento mihta a favore di questa ipotesi. Oltre che un tal fatto corrisponderebbe alla tendenza dei tempi, nei patti con Riccardo Annibaldi non v'ha nessun indizio che il castello prima del 1270 fosse sottoposto alla giurisdizione di altro barone. Dal che si può dedurre che gli abitanti di Campagnano non erano legati a nessuno con vincolo di vassallaggio o almeno che questo si era tanto rallentato da potersi ritenere come inesistente. Altrimenti come potevano giurare fedeltà e vassallaggio a Riccardo Annibaldi ? Né può supporsi che già fossero sotto la giurisdizione dello stesso Annibaldi. In tal caso se ne avrebbe certo qualche cenno. Invece si dice espressamente che tutti i diritti del comune e dei privati vengono trasferiti nella persona di Riccardo Annibaldi . Questo vuol dire che prima non li aveva. E tali diritti gli vengono ap- punto trasmessi dal sindaco eletto da tutti gli abitanti, i quali non avrebbero potuto disporre così dei diritti sovrani, se non li avessero posseduti. Faccio infine un'altra osservazione. Neil 130 il castello apparteneva al monastero di S. Paolo. Ma questo nel secolo XIII perdette il dominio di molte terre, come ad esempio Castelnuovo di Porto , Piano , S. Severa e Mentana . Lo stesso dovette accadere per Campagnano, il quale forse rimase libero, perchè le sue floride condizioni gli diedero agio di resistere ai primi urti della prepotenza feudale. Tuttavia i piccoli castelli diffìcilmente mantenevano la libertà acquistata, ed o venivano E qui è d'uopo ricordare come nel secolo XIII il numero dei servi fosse ridotto a proporzioni minime . Oltracciò molto probabilmente Campagnano si era elevato a comune libero, e ben disse il Cantù che se a noi Italiani i comuni non lasciarono una patria, lasciarono la dignità di uomini. In tutto lo statuto non vi è un'espressione che possa in qualche modo alludere a persone cui non fosse riconosciuta la piena personalità. Anzi vi si trova . che ai servi erano sottentrati i domestici o inservienti nel senso moderno . A tutti poi indistintamente è garantita quella libertà, che può dirsi di locomozione : ognuno coi suoi beni mobili può andarsene dovecchessia, e solo per poter possedere il feudo, deve abitare nel castello . Ognuno può centrar matrimonio, dove più gli piace, mentre in altri luoghi venivano imposte molteplici tasse, e lontani non erano i ricordi dei più gravi diritti feudali. Né viene negato a nessuno il diritto di vendere vino e frumento, tranne in caso di guerra e quando il signore credesse impedirlo per il bene del paese. E perchè il suo zelo non si facesse eccessivo, si aggiunge che non può mai percepir nulla su quanto si vende . Del resto in Italia, dove più dove meno, queste Libertà erano penetrate anche nei castelli avvezzi alla signoria baronale. Negli ordinamenti di Vicovaro, per esempio, è espressamente dichiarato che ognuno possa liberamente venire ad abitare nel paese o andarsene . Un esame più minuto dei doveri personali mostrerà ancora meglio che i patti con Riccardo Annibaldi assi- curarono buone condizioni ai singoli. Naturalmente per il giuramento prestato tutti erano obbligati alla fedeltà verso il signore: chi manca alla fedeltà, è reo di tradimento, « proditio », e viene punito ad arbitrio del signoce . Anche presso gli antichi Germani i traditori, « proditores » , erano puniti colla sanzione suprema, e per essi era esclusa la composizione . Inoltre il giuramento di fedeltà obbligava al riconoscimento della giurisdizione feudale , e un tal diritto viene gelosamente custodito dal cardinal Riccardo. Colui che adisce un'altra curia, commette un reato, «maleficium», che in nessun modo deve andare impunito . Dei molti obblighi personali, che avevano i vassalli verso i loro signori, si può asserire che gli uomini di Campagnano, ne avessero un altro solo verso gli Annibaldi, cioè quello di prestare il servizio militare, e, per un giorno, a proprie spese . Su questo punto non si fa alcuna delle restrizioni ammesse dalla consuetudine feudale . Né gli altri baroni romani dovevano seguire una costumanza diversa, che dei loro vassalli si servivano per abbattere i rivali, qualora venissero a contesa, sia nella stessa Roma, sia fuori . Giova ripetere che il popolo di Campagnano era tenuto al solo servizio militare. Sebbene nello statuto si dica servigio, non si può certo chiamar tale l'obbligo di riattare le vie interne ed esterne e di porre in assetto il castello . Anzi insieme a questo dovere puramente civico si pattuì che il signore non potesse imporre alcun donativo, «datum», né raccogliere colletta, « collectam » : il qual patto trovasi molto raramente nelle signorie feudali. Basta vedere quanto dispongono gli ordinamenti di Vicovaro . Un altro obbligo soltanto fu imposto agli abitanti di Campagnano, che si ritrova anche altrove, e nel quale si può scorgere un residuo del diritto di albergaggio ; anzi nello statuto non venne considerato come un servigio. Quest'obbligo consisteva nel fare i letti, quando venisse in Campagnano il signore, e, finché fosse in vita il cardinal Riccardo, si dovevano fare non solo per lui, ma anche pei suoi nipoti del ramo paterno, « de domo paterna » . Questi furono i doveri personali, ai quali nel 1270 gli abitanti di Campagnano si obbhgarono verso l'Annibaldi. La condizione dei singoli non divenne certo intollerabile, e fu migliore di quella in cui vivevano gli abitanti di altri feudi anche dell'Italia media. È vero che questi dai loro baroni non furono sottoposti a tutte quelle angherie, a tutti quegli abusi, che desolarono altre regioni; però molte erano le prestazioni che da loro si esigevano. Negli ordinamenti di Vicovaro se ne enunciarono moltissime e di varie specie. La maggior parte consistette in opere, per le quali, tranne in pochissimi casi , si ha diritto ad un compenso. Ma il giuramento di fedeltà oltre ad essere fonte di diritti per l'Annibaldi, era anche fonte di doveri. Nello statuto fu disposto che la curia dovesse difendere gli abitanti di Campagnano per quanto poteva, dovesse rendere loro giustizia, ben guidarli e conservare le buone consuetudini . È notevole come in questa disposizione si trovi infiltrato il concetto della sovranità secondo il diritto canonico . Nel 1270 non solo furono regolati da norme fisse i rapporti tra gli abitanti di Campagnano e Riccardo Annibaldi, ma questi si obbligò di governare secondo uno statuto. Una copia di esso fu conservata presso la curia, un'altra presso il comune, mentre l'originale fu depositato in archivio, acciocché, se fosse sorto dubbio, avesse potuto servire come termine di confronto . Questo statuto forse proposto dall' Annibaldi al popolo di Campagnano ed accettato con modificazioni, avrà esso avuto nessuna analogia con le leggi, che allora vigevano in Roma ? Tuttavia non manca qualche speciale affinità tra lo statuto di Campagnano e quelli di Roma . Inoltre é necessario tener presente quanto fa osservare lo Sclopis: nei patti deditizi dei comuni si scorge il desiderio e la cura di conservare le vecchie consuetudini in tutto che appartenesse all'amministrazione della giustizia . E non di rado i comuni riuscivano ad ottenere il loro intento, perché il regime amministrativo, a differenza di quello politico, sebbene si trovi in uno stato di continuo divenire, difficilmente si cambia. Ora è stata sostenuta l' ipotesi che Campagnano nel 1270 fosse un comune Libero, e che per la necessità dei tempi avesse dovuto sacrificare la propria indipendenza all'Annibaldi. Il popolo, che non fu estraneo alla compilazione dello statuto, non avrà trascurato di far sancire le proprie consuetudini, almeno per quanto gli fu possibile ; come un secolo dopo nell'atto di vassallaggio ai rappresentanti del popolo romano, si fece promettere che gh antichi statuti anche in seguito sarebbero stati mantenuti in vigore . Octo Boni Homines antepositi dictì Castri. Quatuor Conestabiles dicti Castri. iurantium vaxallagium et fidelitatem in manibus dicti scyndici sunt hec, vidilicet : Colutia Petri Cacciate Rubeus Velli Petronis Petrus Colecta Lucas Nutii Antelle Paulus Cecchi Pedecini Nutius Colutii Giralli Colutia Artini Angilutius Lelli Perne Magister lacobus Roscelli net. Nardolus Coluscie Mannelli Angelus Rubai dictus Ingioerà Vellus Rubei dictus Barbaccia Colutia pappitene camerarius coraunis. Paulutius Lelli Lemmi Nutius Cole Andreocte lohannes Tasche Antonius Petucchi Poncellus Castellutii Petrus Nutii Mannotie Nutius Cincii Floris dictus Liscius Nardus Topera Carosus Lutii Cincius Namorati Colytia Petri Colecte lannoctus Zarlli Antonius dictus Falgliolar Petrus dictus Crina Antonius Cole Florutie Petrus Rubei Velli Petroni Paulus Velli Vanne Putius Laurentii Vellotìus Velli Cresci Bartholomeus Velli Cole sutoris lohannes Bucciarelli Paulus pappitene Paulus Gualli Theolus Meuli murator Lellus Mathie lacobus Berardi Rentius Lamandi Antonius fratris lannis Ceccharellus Angeli Bone , Cecchus Quatuoroculi , Cecchus Cole sutoris Symon Palotii Vellotius Picchocchi Thofanus calzolarius lohannes Pauli Grappe Cecchus Iucche Petrus Copitelle Lellus Vellutii Angeli Bone Angelus frater eius Magister Lucas Laurentii notarius Blaxius Cecchi Petri Luce Andreotius Petri Altaville Petrus eius fìlius Cecchus Nutii Antelle Paulus Cecchi Florutie Nicolaus Nardi de M...lgliano lohannes Floris Lellus Mande lohannes Petri Colecte Antonius Guastapane Antonius Palocii Nicolaus dictus Tiralocha Antonius dictus Caporoso Viestrus lohannis lohannes Lelli lohannis Paulus Lelli lohannis Paulus Petri Colecte Colutia Cole Gemme Nicolaus dictus Carnelevare Paulus Nutii Cecche lohannes Contìs Lellus Nutii Antelle Blaxius Bocti Vannicellus Gerardi lacobus Vellocii Colutia Scactre Petrus Stephani calzolarius lohannes Clodii Fran- cionus Rentius Cecchi Angeli Marci Cecchus filius eius Antonius Lelli dictus Scatapessa lohannes Capocìe Colutia , Gìralli Dioteaiuti Petri Bone Ceccharellus Sarti Nutius Omniasancti Paulus Lamandi Johannes Gualli Cecchus eius frater Stephanus Namorati Stephanus de Castilglioni Ceccharellus Franceschoni Cecchus Velli Verotie Cecchus Andree Thome Cresci Dominicus Lelli dictus Nerello Paulus Rubei Andree Nardus Theoli Symeonus. calzolarius lannolus Cecchini Tosi Paulus Cecchi dictus Pi^arolus Petrus Coluscie Vanne Nardus Thome Paulus Andree presbyteri Angelus Bartholomei Nicolaus Prungi Johannes Lelli Nardi Johannes Cioli Lellus Nutii Floris Dominicus Petrononi Cincius Sancte Petre Cecchus Licscii Andreas Stephani Licscii Petrus Stephannoni Dominicus eius frater Lellus Rubei Marre Johannes Stephanutii Lellus Colutie Scalardi Petrus Licscii Marcus Alexii Johannes eius fìlius Benedictus Mat ... li Julianus Johannis Cianche Johannes Cincii Vellotie Lucas Carosi Antonius Santie Lucole Blaxius Johannis FIorutie Vellotius Petri Gemme Coluscia Cole sutoris Lucas Thome Lelli Petri Jannolus Pancratii Antonius eius frater Nardus Gerardi Cioctus Thomarelli Sanctrus Nardi Topere Donadeus Funarius Stephannutius Nicolai Cyncii Petrus Nardi Thome Nutius Manotie Johannes Rubei Velli Petronis Paulus Petri dictus Liccia lacobus Colutie Pappitelle Antonius Lelotii Piscicone Alexius macellarius Johannes Petri Cecche dictus Toda Marthellonus Nutii Mattheule Johannes Jacobi Rubei Cincius Luce Paoli Cecchonus Renzii Angelus frater eius Lellus Janocti Fabaronis Lellus Velluti! Sarli Nicolaus Carosi dicti Mutii Johannes Andree Petri Julianus Johannis de Scrofatio Angelus eius frater Rentius Ciocti Petrus Cincii Namorati Lucas Coluscie Licscii Paulus Jacobi Ricii Coluscia Locii Marcus Tucoli Antonius Ceccharelli Franceschoni Cecchus Petani. Actum in dicto castro Campangiani, in dieta ecclesia, presentibus hiis testibus, scilicet Nardo Berardi speciario de regione Pontis, Ni- colao Theballi de regione Pince, Antonio Guerronis, Tutio Matthei Bocti de regione Parionis, et Nutio Nardi Buccabelle de regione Campitelli, ad hec specialiter vocatis et rogatis. Ego Johannes domini Jacobi Petri Angeli Rufìni civis romanus imperiali auctoritate notarius publicus, quia predictis omnibus et singulis interfui, ea scripsi et publicavi rogatus, et meum signum apposui consuetum. Nel medio evo crollarono le antiche abitazioni della città Ficulense, e furono abbandonate anche quelle nuovamente costruite, quando i potenti Capocci e poi gli Orsini piantarono le loro torri strategiche sulle vie Nomentana e Tiburtina. Fu la prepotenza dei feudatari, più che la forza dei barbari e più che la neghgenza dei possessori, la vera causa della decadenza economica ed agricola della nostra campagna ; e in questa via più che altrove ne abbiamo evidente la testimonianza. Si potrebbe qui disegnare, come in una pianta stratigrafica, la successione dei periodi cronologici di questa regione: del periodo cioè di concentramento agricolo, del successivo di dispersione, ed infine di quello, che può dirsi di rifugio e di riconcentramento nei comuni vicini. Ma seguitiamo la nostra analisi storica, per ordine topografico. Casemiove. La tenuta, cosi denominata per opposizione all'altra posta dirimpetto, come già ho fatto notare (Vittorie già Casalvecchio), di rubbia 113, fu già dei monaci di S. Paolo, poi in parte del monistero ad aqims Saìvias, in parte della ricca famiglia Alberini , poi dei Moroni e Bolis . La limitata superficie e la situazione quasi in piano resero questo fondo estraneo alle vicende degli altri confinanti. Olevano-Torricella, Monte Gentile. La prima, con due nomi, è una fertile tenuta di 107 rubbia, in posizione favorevole, sul margine destro della via Nomentana, sul 12° chilometro da Roma, omessa nella pianta dello stato mag giore. Non è priva di antichi marmi, che attestano la pertinenza di essa alla contrada Nomento-Ficulense ; ma le memorie più abbondanti di essa sono del medio evo, e le ordinerò con quelle di Monte Gentile, perchè, come ora si vedn\, spettarono ambedue ai Capocci. Sul colle detto Monte Gentile, posto n 16 chilometri da Roma, sul destro lato della via, veggonsi i ruderi di un castello, di piccole proporzioni, ma di forte struttura. Domina esso la via verso Roma e la campagna verso la via Tiburtina ; potè quindi esser munito da qualche Orsini di nome Gejitile, fin dal secolo XIV, cioè dal tempo in cui gli Orsini ebbero Mentana, della quale questo fortilizio sembra un eccellente avamposto. L'alleanza degli Orsini coi Capocci, favorita dalle parentele, di cui fra poco si vedranno notizie sincroniche, metteva questo luogo in comunicazione colla via Tiburtina, sulla quale il non lontano Castel Arcione formava l'acropoli della famiglia Capocci, come Mentana lo fu poi della Orsina. La piccola tenuta annessa,, che è di 54 rubbia, porta anche il nome di Fontana Papa .

 


CASTEL GANDOLFO

DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA DA S.PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI SPECIALMENTE INTORNO AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI,EC.EC.EC . COMPILAZIONE DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO SECONDO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ PIO IX. VOL.LI. IN VENEZIA DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLI.

Diario di Roma e delle Notizie del giorno del 1848. Villa Torlonia a Castel Gandoifo dissi di sua nobile villa e a Conservatorio o Ritiro del Sacro Cuore di cui parlai ancora a Orfanotrofio, delle sue generose e caritatevoli cure per esso. Passando per una lunga galleria dipinta a frutti e fiori sulle pareti con quadretti del Bigioli, e nella volta con quadretti di Palmerola, si giunge all'appartamento composto di 4 camere. Nella prima: il Consoni dipinse la Poesia, la Storia, l'Astronomia, l'Eloquenza, la Filosofia; le altre camere hanno diversi abbellimenti. Ritornando alla galleria, da essa si entra nella sala pompeiana architettata dal Caretti e da lui ornata, ove sono anche i dipinti di Prampolini, rappresentanti le nozze Aldobrandine, la partenza d'Adone e altre antiche composizioni. Segue la camera dedicata alle illustri romane, ove dipinse parecchie storie il Quattrocchi, tutte allusive a celebri fatti di chiare donne: in altre camere sono dipinti di Gagliardi, e bambocciate di Diofebi. Pietro Vitali ci die, Marmi scolpiti esistenti nel palazzo del duca d. Gio.Torlonia, incisi e descritti.

ARALDICA LAZIO-LATINA STEMMARIO LATINESO

FAMIGLIE NOBILI E RINOMATE


Bisignano o Bisignani - Bonaccorsi - Carli - Cattani - Chiesa (Della) - Forges Davanzati - Landi Vittori - Mancini e Mancini Ridolfini Corazzi - Morlani Carrara Beroa - Pace - Pellicani - Quattrocchi Colucci - Zanna (De) - Acquaderni - Alessandri - Alimonda - Amadei - Arcelli Fontana - Astancolle - Farfoglia - Fesch (De) - Festi (De) - Filipponi - Franceschini - Genova - Giovanelli - Iordanow (De) - Landi Vittori - Lapi - Leoni - Leopardi - Leopardi Dittajuti - Lotteringhi Della Stufa - Luca (de) Resta - Lugo - Mackinnon - Maestri Molinari - Marchetti Degli Angelini Milzetti - Marzani - Masotti (De) - Melchiori (De') (Della Zuanna) - Melloni - Milani Corniani Degli Algarotti - Mistruzzi Di Frisinga - Monda - Morosini Navarini - Nordis (De) - Oliva - Palica - Pasquali - Pavoni - Pilosio Di Castelpagano - Pisani - Porta (Dalla) - Prato (Da) - Ricci - Rocca (La) - Rossi (De) - Salvo e Salvo Ugo - Sanminiatelli - Stahly - Torre (Dalla) - Vio (De) - Vollaro - Zuccato

http://www.retaggio.it/araldica/lazio/latina/

Gli Ebrei nell'Italia Medievale

In Italia la cultura ebraica fiorisce proprio nella fase della segregazione. Un saggio di Giacomo Todeschini esplora le vicende attraversate dalle comunità israelitiche nel nostro Paese in epoca medievale. La questione cruciale del credito e la svolta determinata dalla creazione dei Monti di Pietà. ... Paolo Mieli

VELLETRI

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La prima attestazione di una presenza ebraica a Velletri è del 1461, ..... Nel 1486 la piccola comunità, insieme ad altre di Campagna, ricusava di partecipare al sussidio imposto da Innocenzo VIII agli ebrei delle sue province. L’atteggiamento non solo dispiacque al papa, ma avendo egli anche estrema necessità del denaro, comandò al governatore Giuliano Quattrocchio di provvedere con tutti i rimedi e le pene opportune perché il contributo fosse immediatamente pagato. Nella prima metà del secolo XVI, ebrei originari di Velletri abitavano a Norcia e ad Ascoli Piceno, qui con altri correligionari provenienti dall’Italia centro-meridionale (Campli, Sulmona, Lanciano, Ortona, Teramo, L’Aquila)

Velletri . Provincia di Roma. Sorge sulla via che dai Colli Albani scende lungo il margine della Pianura Pontina dirigendosi a Terracina. Fu staccata da Gregorio IX da ogni dipendenza dalla città di Roma e posta direttamente sotto il papato. Sino all’inizio del XIV secolo V. mantenne piena autonomia, ma durante il periodo avignonese il Comune di Roma prese il sopravvento. Velletri, però, riacquistò la primitiva posizione con il ritorno della Sede Apostolica in Italia e nel XVI secolo passò sotto il dominio della Chiesa. Gli Ebrei risultano stanziati a Velletri sin dal XIV secolo, quando vivevano riuniti in una comunità con propri rabbini, esercitando il commercio del denaro e pagando un tributo annuo al Comune e a Roma. Nel 1391 i Conservatori e i Banderesi, per ricompensare l’obbedienza al Comune, concessero ai veliterni e agli ebrei qui residenti la facoltà di recarsi a Roma o nel suo territorio, senza subire molestie, nonostante i processi in corso e le sentenze pronunziate contro il Comune o i singoli ( processi che, durante lo scisma e la lotta tra il papato e la città, furono numerosi). In questa occasione gli ebrei furono obbligati a contribuire finanziariamente ai giochi di Testaccio (mentre i veliterni vennero costretti a partecipare ai giochi stessi). Nel 1401 fu, poi, concesso agli ebrei locali di limitare il proprio contributo fiscale al pagamento imposto al Comune e venne concessa loro l’esenzione dal segno. Dopo la metà degli anni Venti del secolo, inoltre, il medico ebreo veliterno Emanuele di Magister Menaguzoli ricevette licenza quinquennale per curare pazienti cristiani. Nel 1443 gli Israeliti di Velletri , firmarono insieme ad alcuni correligionari di altre città l’accordo con la Camera Apostolica per abrogare i provvedimenti restrittivi della bolla di Eugenio IV e, da un documento del 1472, risultavano quattro case ebraiche a Velletri. Nel 1542 Elia di Montopoli e Leone da Ceprano, feneratori a Velletri, ricevettero la tolleranza per operare come cambiavalute nel loro banco, ma l’anno successivo il neofita Domenico Sancio (ex Prospero di Musetto da Piperno) ebbe l’incarico di indagare in merito alle accuse di frode e di immissione di monete false mosse contro gli ebrei di una serie di località, tra cui Velletri. Nei secoli XV e XVI gli ebrei di Velletri furono obbligati a vivere in un dato luogo della città, protetti dalle leggi locali, come risulta dal III Capitolo degli Statuti, che imponeva alle autorità di difenderli da ogni violenza, ingiuria o vessazione e stabiliva che dovessero essere riconosciuti come cittadini. Nel 1547, dietro proposta dei feneratori Simone de’ Benedetto di Civita, Beniamino de’ Melone da Marino, Magister Elia Bendetto da Montopoli e Salvatore di Abramo di Cori, fu concessa agli Ebrei l’apertura di un banco feneratizio, per prestare ai locali all’interesse del 24% annuo (per prestiti inferiori a 3000 scudi) e del 50% annuo (per le somme dai cinque giulii in giù). Gli Ebrei continuarono ad esercitare l’attività feneratizia sino al 1552, quando il Comune deliberò di espellerli, sostituendoli con un Monte di Pietà, che, tuttavia, funzionò stabilmente solo nel XVII secolo. A quanto si deduce dalle fonti, un’espulsione vera e propria qui non ebbe luogo o, comunque, non tutti gli ebrei abbandonarono la località, dato che, nel 1559, l’Università degli Ebrei di Velletri fornì a proprie spese la bandiera della milizia cittadina, stipendiandone il tamburino e, dal 1558 al 1571, sono registrate svariate circoncisioni. Nell’elenco delle sinagoghe che pagarono il tributo alla Casa dei Catecumeni di Roma negli anni 1560-1565, quella di Velletri figura con 10 e poi 12 scudi. Nel 1569, Pio V decretava l’espulsione di tutti gli ebrei dallo stato pontificio, ad eccezione di Roma e Ancona; tuttavia, dall’elenco delle circoncisioni menzionato sopra, si deduce che a Velletri fossero state concesse sino al 1571 delle proroghe al decreto, per cui gli israeliti dei paesi vicini si sarebbero riuniti nella località in attesa di trovare una sistemazione definitiva altrove. Numerosi ebrei di Velletri si trasferirono a Roma, come attesta il cognome “Velletri” presente fra gli ebrei romani sino al XX secolo. Dopo che papa Sisto V ebbe accordato agli ebrei di vivere nelle città e “castelli” dello stato pontificio, nel 1586, si ritrovano presenze ebraiche a Velletri : nel 1587, vennero date concessioni per aprire banchi feneratizi ad Angelo, figlio del rabbino Ventura, ad Angelo del fu Lustro, a Crescenzio da Ceprano (Frosinone), a Gioello De Melozzo e a Leuccio di Angelo De Lea. Gli ebrei rimasero a Velletri sino all’espulsione definitiva dalle località dello Stato Pontificio (salvo Roma, Ancona ed Avignone) decretata da Clemente VIII nel 1593. Quartiere ebraico. Il quartiere ebraico era ubicato nella Decarcia Portella-Collicelo (o Colicello), tra le vie della Stamperia, della Trinità e del Serpe. "Sinagoga". La sinagoga era ubicata in via della Stamperia; nel XX secolo, dell’antico edificio era rimasta in piedi una delle pareti esterne, con in cima un rosone a forma di stella di Davide (Maghen David. Vita culturale. Tra il 1418 e il 1424 Meshullam Forte di Velletri, figlio di Yehiel di Terni, copiò alcuni codici contenenti le preghiere penitenziali (Selichoth) secondo il rito romano, la Logica di Petrus Hispanus; la seconda parte del formulario delle preghiere o Machazhor secondo il rito romano e un altro Machazhor, sempre di rito romano. Il manoscritto in lingua italiana, ma in caratteri ebraici, facente parte della biblioteca di Shemuel David Luzzatto, contenente il testo Chokhmat Nashim. La saggezza delle donne) fu scritto a Velletri nel 1565 (in onore della moglie del rabbino Mordekhai Dato) dal rabbino Yehiel Manoscrivi, che soggiornò nella località per un periodo. "Bibliografia Esposito". Una descriptio relativa alla presenza ebraica nel Lazio meridionale nel tardo Quattrocento, in Latium, Rivista di Studi Storici 2 (1985), pp. 151-158. Freimann, Jewish Scribes in Medieval Italy Alexander Marx Jubilee Volume, New York 1950, pp. 231-342. Gabrieli. Alcuni Capitoli del 1547 per un Banco di prestito a pegno tenuto dagli Ebrei in Velletri, (Velletri 1917). Loevinson. La concession de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, in REJ XCV (1933), pp. 23-31. Pavoncello. Il IV Centenario dell’espulsione degli Ebrei dalla Campagna Romana, in Israel LIV, nº 16 ( 20 Febbraio 1969). Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali prima del bando di Pio V, in Lunario Romano 1980: Rinascimento nel Lazio, Roma 1980, pp. 47-77. Pavoncello. Gli ebrei nella provincia romana, in Le Judaisme Sephardi. 31 (Janvier 1966), pp. 26-30. Pavoncello, Ricordi di ebrei in Velletri, in RMI39 (1973), pp. 359-368. Ravenna. Appunti storici sulle comunità del Lazio, in RMI 17 (1951), pp. 305-311; pp. 377-382. Simonsohn. The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991. Tersenghi, A. Il Monte di Pietà di Velletri ed i suoi capitoli costitutivi del 1402, in Archivio della r. Società Romana di Storia Patria, Vol. XLI, fasc. I-IV (1918). Vogelstein, H.- Rieger, Geschichte der Juden in Rom, Berlin 1895.La traslitterazione, viene riportata in Freimann. Jewish Scribes in Medieval Italy. Alexander Marx Jubilee Volume. Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali prima del bando di Pio V, p. 74. Falco, G. Il Comune di Velletri nel Medioevo, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXXVI (1913), pp. 412-13; pp. 439-40, cit. in Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali, pp. 73-74. Simonsohn, S.The Apostolic See and the Jews, doc. 497. La comunità di Velletri e, talvolta, alcuni ebrei singoli a V. vengono menzionati più volte nei documenti relativi alle tasse, tra cui la vigesima e la tassa speciale per le spese turche (1542) nell’arco degli anni dal 1486 al 1544. Ivi, doc. 1061, 1095, 1316, 1778, 2076, 2130, 2133, 2186, 2302, 2306, 2313, 2413, 2423, 2424, 2553. Ivi,doc. 638 Vogelstein, H.- Rieger, P.Geschichte der Juden in Rom, Berlin 1895, II, p. 12; per i particolari relativi alla bolla, si veda la voce “Roma” della presente opera. Esposito, A.Una descriptio relativa alla presenza ebraica nel Lazio meridionale nel tardo Quattrocento, in Latium, Rivista di Studi Storici, 2 (1985), p. 155. Simonsohn, S., op. cit., doc. 2158, 2160, 2178. Ivi, doc. 2698; Gabrieli. Alcuni Capitoli del 1547 per un Banco di prestito a pegno tenuto dagli Ebrei in Velletri, Velletri 1917, pp. 11-16; per il testo dei capitoli, si veda ivi, pp. 21-35; Tersenghi. Velletri e le sue contrade, Velletri 1910, citato in Pavoncello, Ricordi di ebrei in Velletri, p. 360, n. 7. I Capitoli e i paragrafi degli Statuti di Velletri riguardanti gli ebrei, tratti dalla ristampa del 1752 del testo stampato nel 1544 a Velletri, sono stati riportati dal Pavoncello,pp. 364-368. Tra l’altro, vi si legge che gli ebrei non potevano pigiare uve pregiate, ma solo il mosto; era proibito alle donne cristiane di allattare bambini ebrei; era proibito agli ebrei e alle ebree di lavorare dentro e fuori delle proprie case di domenica e nei giorni delle principali festività cristiane; era proibito agli ebrei di uscire di casa il Venerdì Santo, senza il permesso delle autorità locali, sino al termine delle pubbliche funzioni nelle chiese. Le trasgressioni a tali divieti sarebbero state punite con multe pecuniarie. Un Capitolo – De Sciattatione - era dedicato alla macellazione rituale,secondo le disposizioni dei Priori; un altro Capitolo proibiva alle donne ebree di portare ornamenti d’oro e d’argento sugli abiti. Come segno di riconoscimento le ebree dovevano portare sul capo un velo di color croco e gli ebrei un tabarro rosso (dal quale i medici, tuttavia, erano esonerati). Era proibito agli ebrei di costruire o riparare fonti o strade cittadine (salvo quelle relative alle proprie vie e abitazioni); infine, prima di intraprendere qualsiasi opera, essi dovevano giurare sulle Sacre Scritture di non agire con falsità, inganno o malizia. Negli anni Quaranta del XVI secolo, si trova un altro cenno all’insediamento di Velletri, quando, nel 1542, il banchiere romano Salomone di Magister Isacco Zarfatti pagava la vigesima alla Camera pontificia per conto della comunità di Velletri (Vogelstein-Rieger, op. cit, II, p. 118). Cfr. Pavoncello. Gli ebrei nella provincia romana, p. 30, n. 36 (dove viene citata l’opera di Vogelstein e Rieger, con un errore nell’indicazione della pagina). Pavoncello. Ricordi di ebrei in Velletri, p. 361 (v. , in particolare, ivi, nn. 8 e 9); Idem. Le comunità ebraiche laziali, p. 75; cfr. il registro delle circoncisioni eseguite da Yehiel Coen Manoscrivi, in Ravenna. Appunti sulle comunità del Lazio, pp. 306-308. Sul Monte di Pietà di Velletri, cfr. Tersenghi. Il Monte di Pietà di Velletri ed i suoi capitoli costitutivi del 1402, in Archivio della r. Società Romana di Storia Patria, Vol. XLI, fasc. I-IV (1918). Tali dati si rilevano dal Memoriale indirizzato alla “Ill.ma Congregazione particolare deputata dalla SS. Di N.S. Pio VI”, nel 1789, basato dall’archivio della chiesa della Madonna dei Monti, alla voce “Sinagoghe”, per gli anni 1560-1565, citato da Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali, p. 48. I dati del Memoriale relativi a Velletri sono riportati in Pavoncello. Il IV Centenario dell’espulsione degli Ebrei dalla Campagna Romana. Ravenna, Appunti sulle comunità del Lazio Pavoncello, Ricordi di ebrei in Velletri, p. 361; Idem. Le comunità ebraiche laziali, p. 75. Loevinson. La concession de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, p. 28. Angelo figlio del rabbino Ventura, Gioiello e Leuccio risultavano residenti a Roma prima del Breve di Sisto V. Pavoncello, N., Ricordi di ebrei in Velletri, p. 362. Ivi, p. 368.Freimann, A., p. 296, nº 313. Pavoncello. Ricordi di ebrei in Velletri, p. 362 ; Ravenna, A., op. cit., p. 305. Velletri è in Provincia di Roma. Posta su di un colle tufaceo alla confluenza di due valli, sulla via Casilina, Velletri è di origine altomedievale ed è ricordata con il nome attuale nel secolo XII. Ha visto nel corso della sua storia l’avvicendarsi di molti signori: Canonici della Basilica del Laterano, Conti, Sforza, Barberini e Pamphilj. Un Salomone di Angelo, figlio di Abramo di V., attivo a Perugia nel 1449, attesta la presenza di ebrei nel borgo laziale almeno dalle prime decadi del XV secolo. Nel 1472 abitavano a Velletri sette famiglie ebraiche, la più eminente delle quali era quella di un Mastro Salomone, il cui contributo per la tassa della vigesima era di 50 ducati, mentre quello delle altre famiglie assommava soltanto a 18 ducati. Nel 1486 la piccola comunità, insieme ad altre di Campagna, ricusava di partecipare al sussidio imposto da Innocenzo VIII agli ebrei delle sue province. L’atteggiamento non solo dispiacque al papa, ma avendo egli anche estrema necessità del denaro, comandò al governatore Giuliano Quattrocchio di provvedere con tutti i rimedi e le pene opportune perché il contributo fosse immediatamente pagato. Nella prima metà del secolo XVI, ebrei originari di Velletri abitavano a Norcia e ad Ascoli Piceno, qui con altri correligionari provenienti dall’Italia centro-meridionale (Campli, Sulmona, Lanciano, Ortona, Teramo, L’Aquila) "Bibliografia" - De Bianchi, G., Storia di Valmontone, Valmontone 1981. Gobbi, O., Emigrazione, conversione, riconversione ebraica nel Piceno, in La presenza ebraica nelle Marche. Secoli XIII-XX, a cura di S. Anselmi, V. Bonazzoli, Ancona 1993, pp. 109, 116 (Quaderni di «Proposte e ricerche», n. 14). Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991. Toaff, The Jews in Umbria, Leiden-New York-Köln 1993-94. Cfr. De Bianchi, G., Storia di Valmontone, Valmontone 1981. Toaff, A., The Jews in Umbria. 2. 1435-1484, Leiden 1994, p. 579, doc. 1119. Simonsohn , S., The Apostolic See and the Jews. Documents: 1464-1521, Toronto 1990, p. 1199, doc. 960*; p. 1343, doc. 1061. Toaff, A., The Jews in Umbria. 3. 1484-1736, Leiden 1994, p. 1180, doc. 2294; Gobbi, O., Emigrazione, conversione, riconversione ebraica nel Piceno, in La presenza ebraica nelle Marche. Secoli XIII-XX, a cura di S. Anselmi, V. Bonazzoli, Ancona 1993, pp. 109, 116 (Quaderni di «Proposte e ricerche», n. 14)

VEROLI

Veroli . Provincia di Frosinone. Posta nel Lazio meridionale, su uno sprone degli Ernici che domina la regione collinosa circostante, Veroli fu sede dei ducati di Campagna e Marittima. Tradizionalmente legata agli interessi della Chiesa, riprese ad essere garantita nella propria autonomia dopo il ritorno dei papi da Avignone. Nel 1556 fu assalita dal duca di Alba, in lotta con Paolo IV. La prima attestazione di una presenza ebraica a Veroli è del 1461, quando Moise Angelelli e Gentilisca da Veroli e Mele Gayeli da Gennazano furono accusati di aver procurato i servizi di un assassino. Moise fu assolto e Mele fu multato. Al 1472 risale un documento attestante un nucleo ebraico a Veroli, quando venivano registrate qui quattro case. Un altro cenno alla presenza ebraica si ritrova, poco meno di una decina d’anni più tardi, quando Shabbetay di Mordekhay da Sulmona portava a termine nella località un manoscritto. Nel XVI secolo, gli Statuti cittadini si diffondevano sulle norme da tenersi nei confronti degli ebrei: nel terzo Libro si proibiva di mangiare in loro compagnia e di far macellare le loro carni nei mattatoi cristiani o vendervi le carni mattate dagli ebrei. Inoltre, all’articolo 76 del quinto Libro si specificava che se uno riconosce qualunque oggetto tenuto in pegno presso i Giudei, questi sono tenuti, se interrogati, a dire il nome di chi lo ha dato in pegno o colui che lo ha riconosciuto, altrimenti l’oggetto è ritenuto come rubato ed il Giudeo incorre nella pena come se lo avesse rubato. All’articolo 79 dello stesso Libro si stabiliva, poi, che per togliere l’ingiustizia degli ebrei, i termini a qualunque titolo concessi ai cristiani, sia in giudizio che fuori, stabiliti o da stabilirsi, per qualsiasi titolo, forma, modo, sono vantati sia per prestito di danaro che per qualsiasi altro motivo, non valgono se non per soli quattro anni. Infine, all’articolo 86 si leggeva: poiché i giudei sogliono comprare dai cristiani vino nuovo e mosto, sogliono pigiare a spremere le uve di cui parte del vino va ai Cristiani, può accadere che dal vino toccato e spremuto dai giudei si consacri dolosamente e disonestamente il sangue di Dio. Perciò per opporci a tali fatti ogni cittadino che venda ai giudei il vino o l’uva da loro pigiata, non può riporne alcunché, né può venderlo o scambiarlo con nessun cristiano. Deve invece venderlo tutto agli stessi giudei, i quali devono tutto comprarlo. Negli ultimi decenni prima dell'espulsione dallo Stato della Chiesa (1569) abitavano a Veroli alcuni ebrei, menzionati come contribuenti di diverse tasse, tra cui la vigesima. Alcuni furono prestatori, come per esempio i soci Emanuello di Guillelmo e Helia de Latis nel 1549 ed Emanuele di Gentilomo e Maestro Angelo, un medico, nel 1554. Nell’elenco delle sinagoghe che, dal 1560 sino alla Bolla di espulsione del 1569, corrispondevano la tassa alla Casa dei Catecumeni di Roma, figurava quella di Veroli, prima con 10 e poi con 12 scudi: secondo una fonte dell’inizio del Novecento, la sinagoga sarebbe stata collocata in “Contrada Selle”. Nel 1588, in seguito alla Bolla di Sisto V, veniva fatta a Moise del fu Isacco una concessione per un banco feneratizio. Il ricordo della permanenza a Veroli è rimasto nel cognome “Di Veroli” adottato da svariate famiglie ebraiche romane. "Bibliografia Esposito", Una descriptio relativa alla presenza ebraica nel Lazio meridionale nel tardo Quattrocento, in Latium, Rivista di Studi Storici 2 (1985), pp. 151-158. Loevinson, La concession de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, in REJ XCV (1933), pp. 23-31. Pavoncello. Il IV Centenario dell’espulsione degli Ebrei dalla Campagna Romana, in Israel LIV, nº16 (20 Febbraio 1969). Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali prima del bando di Pio V, in Lunario Romano 1980 : Rinascimento nel Lazio, Roma 1980, pp. 47-77. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988- 1991. Stirpe, Una sinagoga a Veroli, in Lazio ieri e oggi (1984). Stirpe, La scuola degli ebrei di Veroli nel cinquecento, in Lazio ieri e oggi (1987), pp. 16-17. Simonsohn, The Apostolic See, doc. 876. Esposito. Una descriptio relativa alla presenza ebraica nel Lazio meridionale nel tardo Quattrocento, p. 157; si veda Pavoncello, Le comunità ebraiche laziali, p. 52; Simonsohn, ivi, Doc. 960. Si tratta del manoscritto n. 4 già della Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma. <em>Catalogo dei Codici orientali, a cura del ministero della Pubblica Istruzione, fascicolo I, Roma 1878, p. 42, cit. in Pavoncello, op. cit., p. 53, n. 12. Ivi, pp. 53-54. La fonte cui attinge il Pavoncello è una traduzione dei paragrafi relativi agli Ebrei degli Statuti di Veroli , fattagli pervenire da studiosi locali, su cui si veda ivi, p. 54, n. 13. Simonsohn, doc. 1316 e segg. 2842, 3212. (Pavoncello) Il IV Centenario dell’espulsione degli Ebrei dalla Campagna Romana, p. 3. La stessa notizia è riportata anche in Pavoncello, op. cit. 54. Caperna, Veroli, Storia di Veroli, 1907, p. 253, cit. in Pavoncello, op. cit, p. 52. Sulla sinagoga verolana, v. Stirpe, Una sinagoga a Veroli, in Lazio ieri e oggi20 (1984), pp. 54-56; Idem. La scuola degli ebrei di Veroli nel cinquecento, in Lazio ieri e oggi (1987), pp. 16-17. Loevinson. La concession de banques de prêts aux Juifs par les Papes des seizième et dix-septième siècles, p. 29. La stessa concessione viene menzionata, ma con datazione e dati bibliografici errati, anche in Pavoncello, op. cit., p. 54. A Veroli è stata rinvenuta traccia di una famiglia recante il cognome “Efrati”, trasferitasi a Sora e, dopo l’espulsione del 1569, a Roma. Pavoncello, op. cit p. 54 e ibidem, n. 14.

VALLECORSA

Vallecorsa. Provincia di Frosinone. Centro dei "Monti Ausoni" Monti Ausoni, situato nel "Basso Lazio", che sorge sopra un rialzo lungo una valle di passaggio che mette in comunicazione la valle Latina (la Ciociaria) con la piana di Fondi. Appartenne alla famiglia dell’Aquila, poi a quella dei Caetani fino al Quattrocento, quando divenne possesso dei Colonna ai quali rimase fino alla devoluzione dei feudi. La prossimità con il regno di Napoli, richiamò a Vallecorsa ebrei d’oltreconfine in occasione della loro espulsione da parte di Ferdinando il Cattolico nel 1511 e di Carlo V nel 1541. Nel maggio 1531 Benedictus Iacob, abitante a Velletri, acquistò un immobile a Sezze nel quartiere di S. Andrea da maestro Sabato Sacerdote e da Vitus Ioseph hyspanus. L’8 giugno 1543 Salomone di Sacerdote e suo genero David de Traietto ottennero la facoltà, di durata triennale, di esercitare il prestito a interesse nella cittadina e il 22 dicembre dello stesso anno ebbero uguale licenza i fratelli Ventura e Mosè di Graziele di Fondi. Il 28 dicembre 1548 i due ottennero da Salomone di Abramo di Lipari, detto Scimmi, un prestito di 118 scudi, compresi gli interessi, che si impegnarono a restituire entro un anno. Salomone di Sacerdote e suo genero ebbero nel 1544 dalla Camera Apostolica la conferma della condotta sottoscritta con la cittadinanza locale e la licenza fu rinnovata al primo per un altro biennio nel 1549. Nel 1551 ebbero l’autorizzazione di prestare su pegno qui e a San Lorenzo, per la durata di un triennio, i fratelli Mosè ed Elia di Fondi e una simile concessione, triennale, fu confermata nel 1552 anche a Ventura di Graziele. Il registro della vigesima dell’anno 1550 annota la presenza a Velletri di Ventura et fratelli, la cui tassa era di 2 ducati, e di David di Traietto, tassato per 1 ducato e 60 bolognini. Di lì a qualche anno Ventura di Graziele trasferì la propria dimora a Frosinone e qui, il 30 gennaio 1556, fu inquisito per avere violato in materia di prestito, di beni immobili e di familiarità con i cristiani, la bolla Cum sit absurdum emanata da Paolo IV il 14 luglio dell’anno precedente. Per quanto riguarda il prestito, egli ammise di avere dato denaro a interesse ai cristiani dopo la bolla, ma di averlo fatto in forza di una nuova licenza concessagli da Paolo IV il 3 luglio; quanto al periodo precedente, egli aveva esercitato il prestito senza licenza, perché aveva perso il documento per strada quando era andato ad abitare da Velletri a Frosinone. Ventura confermò di avere posseduto in quel di Velletri un oliveto con molti alberi, una <em>possessione de grano, <em>tre mezzi bovi in sòccita e cinque somari alla parte, ma di aver venduto tutto entro il termine stabilito, come risultava dagli strumenti notarili esibiti alla corte. Per quanto riguardava il terzo reato, ammise che sua moglie aveva mandato la figlia Stella a mastro Simone arracamatore in casa de notar Antonio ad imparare a raccamare. Egli fu prosciolto dall’accusa relativa alla vendita degli immobili, ma venne condannato a una multa di 25 ducati d’oro, ridotta poi a 8, per avere prestato denaro senza licenza e per avere tollerato che la figlia Stella andasse a scuola di ricamo dai cristiani e conversasse con loro. Bibliografia. La Terra Nostra Vallecorsa, Roma 1984. De Rossi, La comunità ebraica di Terracina (sec. XVI), Cori 2004. Scarica, Prime indagini sugli ebrei a Sezze tra medioevo e rinascimento (da una ricerca nei protocolli notarili), in Medioevo e rinascimento, ser. NS, 17 (2006), pp. 101-124. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991. Stirpe, Presenza ebraica nel Lazio meridionale, in Latium, Rivista di Studi Storici, 5 (1988). pp. 19-33. Stirpe, Gli ebrei di Campagna e Marittima e l’editto di Paolo IV, in Scritti in memoria di G. Marchetti Longhi, Anagni 1990, pp. 291-329. La Terra Nostra Vallecorsa, Roma 1984. Scarica, Prime indagini sugli ebrei a Sezze, p. 122. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, doc. 2243, 2239. De Rossi, La comunità ebraica di Terracina, p. 116, n. 308. Il debito fu soddisfatto il 4 marzo 1550 da Mosè di Graziele. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, doc. 2347, 2813, 2965. Stirpe, La presenza ebraica nel Lazio meridionale, p. 29. Stirpe, Gli ebrei di Campagna e Marittima, pp. 302-304.

CEPRANO

 

Ceprano . Provincia di Frosinone. Ceprano, che sorge a ridosso dei monti Lepini e domina la valle del Sacco, apparteneva alla provincia pontificia di Campagna e Marittima e fu prima un feudo della famiglia dei Conti, signori di Ceccano, dal 1559 dei Santacroce e dal 1625 dei Colonna. Prospero di Emanuele di Ceprano fu nominato nel 1524, insieme a Mosè di Benedetto di Cori e Samuele di Mele di Ferentino, collettore della tassa della vigesima imposta alle province di Campagna e di Marittima. Quella di Emanuele era una famiglia assai attiva nel prestito: nel 1542 Leo di Emanuele di Ceprano ed il socio Elia di Montopoli erano banchieri a Velletri, esentati dall’obbligo di portare il contrassegno e, nella stessa città, operava anche il fratello di Leo, Gisele. Nel 1546 Leo e Angelo di Emanuele furono incaricati di raccogliere i contributi dovuti dagli ebrei di Sabina, Sezze, Anagni, Ferentino, Tivoli, Terracina, Vetralla, Alatri, Piperno e Genazzano, che non erano stati raccolti dai precedenti esattori, il medico Sabato di Sacerdote e Sabato di Ventura. Benedetto di Mele di Ceprano era , invece, prestatore a Ripi nel 1545: a Ceprano, dove abitava, egli pagò per la vigesima 10 ducati e 80 bolognini, più 90 bolognini di interesse. Banchiere in questa località era, invece, nel 1545 con facoltà triennale, Raffaele di Angelo di Bauco. Il 5 dicembre 1555 Benedetto di Mele e Lazzaro di Sacerdote furono sottoposti a procedimento giudiziario a Ceprano con l’accusa di aver fatto diverse usure, in violazione della bolla Cum nimis absurdum emanata da Paolo IV il 14 luglio di quell’anno. Secondo l'accusa, essi speculavano sulla compravendita di bovi, mezzi bovi, quarti di bovi acquistati in cambio di grano o di denaro, ma essi si difesero appellandosi ad una speciale concessione che li autorizzava non solo a fare usure in qual modo lì piace, ma anche a praticare prestiti ad interesse e su pegno di qualsiasi genere, compresi quelli di necessità. Per questa ragione sia Benedetto che Lazzaro, ed il loro fattore Ventura di Ripi, erano stati già assolti dal vescovo di Veroli il 19 novembre. Quanto al resto, essi avevano osservato e osservavano gli altri capitoli della bolla: avevano venduto <em>in credenza i rispettivi beni stabili (entrambi la propria casa di abitazione ed un orto ciascuno) per la somma totale di 135 ducati e, come altri ebrei, si erano serviti di cristiani a lavare panni e a portare acqua in casa, pagando sempre botta per botta il prezzo richiesto ed anche, talvolta, qualcosa in più. Avevano venduto, poi, certi pannetti che avevano in casa, di proprietà di un loro parente di nome Sabato, avevano osservato e osservano gli statuti di Ceprano sebbene prima non vi fossero tenuti in virtù della speciale concessione in loro possesso ed avevano continuato a prestare denaro dopo la bolla con l'interesse di un baiocco per ducato e anco gratis et amore. Sollecitata, quindi, la sentenza assolutoria, questa fu emessa il 12 dicembre. "Bibliografia Iacovacci". Da Fregelle a Ceprano. La storia del mio paese, Ceprano 2005 (ristampa copia anastatica). Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991. Stirpe, Gli ebrei di Campagna e Marittima e l’editto di Paolo IV, in Scritti in memoria di G. Marchetti Longhi, Anagni 1990, pp. 291-329. Stirpe, Presenza ebraica nel Lazio meridionale alla metà del Cinquecento, in Latium, Rivista di Studi Storici, 5 (1988), pp. 19-33. Iacovacci, Da Fregelle a Ceprano. La storia del mio paese, Ceprano 2005 (r.a.). Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, n. 1316. Ivi, doc. 2158, 2160, 2178, 2564, 2601. Stirpe, Presenza ebraica nel Lazio meridionale, p. 33. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, n. 2521. Stirpe, Gli ebrei di Campagna e Marittima, pp. 301-302.

VALMONTONE

Provincia di Roma. Posta su di un colle tufaceo alla confluenza di due valli, sulla via Casilina, Valmontone, è di origine altomedievale ed è ricordata con il nome attuale nel secolo XII. Ha visto nel corso della sua storia l’avvicendarsi di molti signori: Canonici della Basilica del Laterano, Conti, Sforza, Barberini e Pamphilj. Un Salomone di Angelo, figlio di Abramo di Valmontone, attivo a Perugia nel 1449, attesta la presenza di ebrei nel borgo laziale almeno dalle prime decadi del XV secolo. Nel 1472 abitavano a Valmontone, sette famiglie ebraiche, la più eminente delle quali era quella di un Mastro Salomone, il cui contributo per la tassa della vigesima era di 50 ducati, mentre quello delle altre famiglie assommava soltanto a 18 ducati. Nel 1486 la piccola comunità, insieme ad altre di Campagna, ricusava di partecipare al sussidio imposto da Innocenzo VIII agli ebrei delle sue province. L’atteggiamento non solo dispiacque al papa, ma avendo egli anche estrema necessità del denaro, comandò al Governatore Giuliano Quattrocchi di provvedere con tutti i rimedi e le pene opportune perché il contributo fosse immediatamente (statim et sine mora) pagato. Nella prima metà del secolo XVI, ebrei originari di Valmontone, abitavano a Norcia e ad Ascoli Piceno, qui con altri correligionari provenienti dall’Italia centro-meridionale (Campli, Sulmona, Lanciano, Ortona, Teramo, L’Aquila) Bibliografia De Bianchi, Storia di Valmontone, Valmontone 1981. Gobbi, Emigrazione, conversione, riconversione ebraica nel Piceno, in La presenza ebraica nelle Marche. Secoli XIII-XX, a cura di S. Anselmi, V. Bonazzoli, Ancona 1993, pp. 109, 116 (Quaderni di «Proposte e ricerche», n. 14).Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991.Toaff, The Jews in Umbria,Leiden-New York-Köln 1993-94.Cfr. De Bianchi, Storia di Valmontone, Valmontone 1981. Toaff, A., The Jews in Umbria. 2. 1435-1484, Leiden 1994, p. 579, doc. 1119. Simonsohn , S., The Apostolic See and the Jews. Documents: 1464-1521, Toronto 1990, p. 1199, doc. 960*; p. 1343, doc. 1061. Toaff, A., The Jews in Umbria. 3. 1484-1736, Leiden 1994, p. 1180, doc. 2294; Gobbi, Emigrazione, conversione, riconversione ebraica nel Piceno, in La presenza ebraica nelle Marche. Secoli XIII-XX, a cura di S. Anselmi, V. Bonazzoli, Ancona 1993, pp. 109, 116 (Quaderni di «Proposte e ricerche», n. 14).

TIVOLI

Tivoli . Provincia di Roma. Città romana (Tibur) e medievale. Nel "Medioevo" Tivoli fu "Sede vescovile" e fortemente implicata nelle contese feudali. Nel "XV secolo" tornò nel patrimonio della Chiesa, del cui "Stato della Chiesa" seguì le sorti. Il documento più antico sulla presenza ebraica a Tivoli risale al 1308, quando in una deliberazione del Comune, relativa all’emissione di severe disposizioni suntuarie, veniva fatto riferimento al prestito ebraico su pegno.In un atto testamentario del 1373 si trova ancora un riferimento all’attività feneratizia ebraica nella località e, alcuni anni più tardi, da un rogito notarile del 1387 risulta che l’ebreo Consilio Dactuli prestava qui denaro su pegno: egli figurava anche nell’elenco di spese registrate dal notaio del Comune nel 1389 e, nello stesso anno, documenti comunali menzionavano un Angelo Dathuli ed altri ebrei, multati per aver partecipato al gioco dei dadi, che era proibito. Sempre nel 1389, l’ebreo Elia di Vitale risultava aver prestato denaro al Comune, venendone rimborsato. All’epoca era attivo nel prestito anche l’ebreo Brunetto, che si era trasferito da Firenze a Tivoli. Nel 1389, veniva imposto l’obbligo del segno distintivo – un tabarro rosso - agli ebrei locali. Il primo documento attestante la presenza di un medico ebreo a Tivoli è, invece, un atto notarile del 1388, in cui Nicola Pometta del Castello dei Colli di S. Stefano promette di pagare 4 fiorini a mastro Salomone Ebreo medico in fisica di Tivoli. Alcuni anni più tardi, troviamo il medico Mosè da Tivoli, che, nel 1405, otteneva la cittadinanza romana, convalidata, l’anno successivo, da papa Innocenzo VII. Più di una ventina di anni dopo, nel 1428, alcune famiglie ebraiche si stabilirono a Tivoli ed al loro stanziamento viene fatto risalire l’allestimento del cimitero e della sinagoga. Nello stesso 1428 furono poi ratificati i capitula tra il Comune di Tivoli e l’Università ebraica, di cui il medico Magister Saban figurava tra i rappresentanti più prominenti. I capitula prescrivevano la cifra da versare da parte degli ebrei per i ludi di Testaccio, per il tributo al popolo romano imposto con i patti del 1259 e per eventuali spese in caso di emergenza. Gli israeliti, d’altro canto, erano esentati da ogni tributo al Comune e non dovevano essere processati se avessero ricevuto in pegno oggetti rubati. Nel 1442 si tenne a Tivoli un incontro dei rabbini italiani, che cercavano di neutralizzare le conseguenze della Bolla di Eugenio IV dello stesso anno. Nel 1475 risultava attivo nel prestito su pegno a Tivoli il medico ebreo Magister Sabatutius (o Sabaritius). Fra i beneficiari di tolleranze della Camera apostolica per poter fenerare a Tivoli nel '500 vi furono: Maestro Consulo de Rosata, medico, Emanuele alias Sbardella, Abramo de Sermoneta, Prospero di Gabriele e Moyse di Moyse, soci in Tivoli (1538); Aleutio di Moyse da Veroli e Pellegrino da Aversa (1542); Abramo di Deodato, figlio di Mathesia da Capua (1542); Consilio de Salomone e suo genero Sabatucio de Gavio da Fondi (1543); Emanuele di Isacco da Aversa (1543, 1544); Maestro Angelo di Gaudio da Fondi e suo nipote Sabbatuccio di Beniamino e Angelo di Aleutio (1543); Ventura di Isacco Bonnani da Fondi (1543); Gayo di Emanuele, Moyse de Moyse da Rieti e Moyse di Angeluno da Loreto (1544); Peregrino di Davide e Emanuele di Isacco di Lazaro da Aversa (1546); Emanuele di Abramo da Cori (1548); Emanuele di Isacco di Lazaro da aversa e Gentildonna; vedova di Pellegrino di Davide, soci a T. (1548); Raffaele e Davide di Moyse da Aversa (1548); ed i fratelli Angelo e Ventura di Sabbatucio (1552). Nel 1549 papa Paolo III prorogò i privilegi degli ebrei a Tivoli e concesse loro un perdono di tutti i delitti in seguito al pagamento della vigesima. Lo stesso venne fatto da papa Giulio III nel 1553. Nell’elenco delle sinagoghe che, dal 1560 sino alla Bolla di espulsione del 1569, corrispondevano la tassa alla Casa dei Catecumeni di Roma, figurava anche quella di Tivoli prima con 10 e poi con 12 scudi. Era originaria di Tivoli la prestigiosa famiglia dei da Tivoli, prestatori attivi in Toscana, il cui membro più noto è David da Tivoli. Quartiere ebraico e ghetto. Il quartiere ebraico era ubicato nei pressi del Vicolo dei Granai, nella zona centrale di Tivoli. Dopo la Bolla "Cum nimis absurdum" (1555), tale quartiere venne separato dal resto della città da due porte, mutandosi in ghetto vero e proprio. Secondo un’indicazione toponomastica settecentesca, il Vicolo dei Granai veniva designato come la “Via dei giudii”, rimanendo così denominato anche in seguito. La sinagoga, che risale al XV secolo, sorgeva "in Palatiis": presumibilmente, la sua ubicazione era all’angolo tra l’attuale Via Palatina e il Vicolo dei Granai. Cimitero. Nel XV secolo fu istituito a Tivoli un cimitero nella località denominata “Magnano”, sito a valle dell’attuale Strada Nazionale Tiburtina. Attività culturali. A Tivoli fu ultimato, nel 1332, il Codice 29 della Casa dei Neofiti, custodito successivamente alla Biblioteca vaticana. Nello stesso anno, Yitzhaq di Yaaqov de Synagoga svolgeva attività di amanuense nella località. Nel 1383, era rabbino a Tivoli Daniel di Shemuel di Daniel-ha Rofe. Nel XV secolo, Mordekhai di Yitzhaq di Tivoli copiava il codice 269 custodito alla Biblioteca nazionale di Parigi. Bibliografia Cabral, Del Re, Delle ville e de’ piu notabili monumenti antichi della città e del territorio di Tivoli, Roma 1779. Cassuto. La famiglia di David da Tivoli, in Corriere israelitico<em>, XLV(1906-7), pp. 149-52; 261-264; 297-301. Freimann, Jewish Scribes in Medieval Italy, in Alexander Marx Jubilee Volume, New York 1950, pp. 230-342. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino 1963. Mosti. Medici ebrei del XIV-XV secolo a Tivoli, in Atti e Memorie della Società tiburtina di Storia e dell’Arte XXVII (1954), pp. 109-156. Pavoncello. Le comunità ebraiche laziali prima del bando di Pio V, in Lunario Romano 1980: Rinascimento nel Lazio, Roma 1980, pp. 47-77. Simonsohn, The Apostolic See and the Jews, 8 voll., Toronto 1988-1991. Viola, Storia di Tivoli dalla sua origine fino al sec. XVII, tomi 3, Roma 1819. Vogelstein, Rieger, Geschichte der Juden in Rom, I, Berlin 1896. Più precisamente, si tratta di una deliberazione comunale del 28 settembre 1308, aggiunta allo Statuto di Tivoli del 1305, insieme ad altre tre deliberazioni del maggio e dell’ottobre 1308. Federici, ( a cura di), Statuto di Tivoli del 1305 con aggiunte del 1307-8, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1910, pp. 117-125, cit. in Mosti, Medici ebrei del XIV-XV secolo a Tivoli, p. 116, n. 40; cfr. ivi, pp. 116-120. Tani, Gli ebrei a Tivoli, in Bollettino di Studi Storici ed Archeologici di Tivoli, Anno I (1919), p. 138, cit. in Mosti, op. cit, p. 120, nn. 42- 44; Federici, Atti del Comune di Tivoli dell’anno 1389, in Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, n. 28 (1906), p. 89, p. 93, cit. in ivi, p. 120, n. 45. Federici, Atti del Comune di Tivoli (cit.), p. 98; p. 68; Tani, op. cit., p. 138, cit. in Mosti, R., op. cit., pp. 121-123, nn. 46, 47, 55. Viola, Storia di Tivoli dalla sua origine fino al sec. XVII, tomi 3, Roma 1819, III, 16; Tani, op. cit., p. 138; Idem, Gli archiatri israeliti tiburtini, in Bollettino di Studi Storici e Archeologici di Tivoli, X (1932), pp. 2066-77, cit. in Mosti, op. cit., p. 128, n. 64. Nella stessa nota il Mosti afferma che il titolo dell’ultima opera del Tani citata è improprio, perché né vi vengono menzionati “archiatri” ( nella comune accezione etimologica di medico papale, medico di corte o protomedico) né ne viene attestata l’esistenza altrove. Mosti, op. cit., p. 134; il testo papale, con cui la cittadinanza di Mosè veniva convalidata, si trova in ivi, pp. 137-142; Simonsohn, The Apostolic See, doc. 567. Sul conferimento della cittadinanza romana a Mosè da Tivoli e ad altri Ebrei, si veda anche la voce “Roma” della presente opera. Mosti, op. cit. pp. 143-144. Pacifici, Codice diplomatico di Antonio di Simone Petrarca, Coll. "Studi e Fonti della Società Tiburtina di Storia d’Arte", Tivoli, 1929, p. 85; p. 85; p. 87, citato in Mosti, op. cit., pp. 147-148, nn. 109 e 111. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino 1963, p. 478. Mosti, op. cit., p. 152. Simonsohn, The Apostolic See, doc. 1888, 2104, 2177, 2237, 2242, 2253, 2288, 2350, 2363, 2649, 2794, 2796-7, 3084. Ivi, doc. 2872, 3156. Pavoncello, Le comunità ebraiche laziali prima del bando di Pio V, in Lunario Romano 1980: Rinascimento nel Lazio, Roma 1980, pp. 47-77, p. 73. Per la famiglia da Tivoli, si veda Cassuto, La famiglia di David da Tivoli, in Corriere israelitico, XLV(1906-7), pp. 149-52; 261-264; 297-301; cfr. anche la voce “Firenze” della presente opera. Tani, Gli ebrei a Tivoli, cit., p. 136; Cabral, - Del Re, Delle ville e de’ piu notabili monumenti antichi della città e del territorio di Tivoli, Roma 1779, p. 127; Pacifici, Tivoli nel Medioevo, in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, V-VI (1925-26), p. 47 e p. 87, citato in Mosti, op. cit, p. 146, nn. 103-105. Ivi, p. 144. Ivi, p. 143. Da una lapide rinvenuta nei pressi si apprende della sepoltura di Rachel, moglie del medico Salomone, presumibilmente attivo a Tivoli (si veda Mosti, op. cit. p. 129; p. 143, n. 95). Il Tani indica altri luoghi di sepoltura (presso le torri di Rocca Pia e nel cosiddetto Ortaccio fuori di Porta Cornunda o Cornuta), che, in assenza di riferimenti cronologici, sono stati ritenuti più tardi rispetto al cimitero di Magnano (Tani, Gli ebrei a Tivoli, cit., p. 138, citato in Mosti, op. cit. p. 143, n. 95). Sacerdote, Codici ebraici, in Atti dell’Accademia dei Lincei, Roma 1893, p. 198, citato in Pavoncello, op. cit., p. 71, n. 51; Vogelstein, - Rieger, Geschichte der Juden in Rom, p. 330, n. 3. Sull’attività di amanuense del de Synagoga, si veda Pavoncello, op. cit. p. 71 (senza indicazione della fonte da cui è desunta la notizia). Freimann, Jewish Scribes in Medieval Italy, p. 299 nº 331. Un amanuense di origine tiburtina, Shabbetai di Yehoshua da T. , copiava due codici negli anni Settanta e Ottanta del XV secolo, a Napoli e a Ferentino. Ivi, p. 314, nº 436.

ITALIA JUDAICA - CASTRO DEI VOLSCI - VALMONTONE


"Notizie degli Scavi di Antichità" COMUNICATE ALLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI PER ORDINE DI S.E.IL MINISTRO
DELLA PUBB. ISTRUZIONE 1895. S. Angelo in Capoccia, Oggi Sant'Angelo Romano "Avanzi di una Villa Romana".


Regione I (Latium et Campania). Il sig. Pietro Cornacchia, utilista del fondo detto Colle Lungo, proprietà del principe D. Francesco Borghese, duca di Bomarzo, e gli altri vicini, nel fare lo scassato per le viti si sono imbattuti in un complesso di avanzi antichi, che li ha invogliati a continuare le ricerche. Si tratta senza dubbio di una villa signorile dei tempi romani, come risulta chiaro dalla descrizione dei trovamenti. Dimore di questo genere sembra che fossero assai frequenti in quei paraggi, ove l'amenità del luogo e la vicinanza della capitale erano condizioni favorevoli ad attrarre i ricchi a villeggiare ('). Era già nota la villa Maria sopra un altro poggio a poca distanza dalla collina di Sant'Angelo, luogo che con assai probabilità è identificato colla città latina di Medullia. E invero le colline di Sant'Angelo, e di Monte Celio hanno tutti i caratteri adatti per lo stabilimento di una città antichissima, e alcuni avanzi di mura poligonali, che sono situati sulle pendici, confermano questa ipotesi. Nel punto più elevato di Colle Lungo, che è un poggio a dolce pendio, il quale si allunga a sud-ovest di Sant'Angelo, adibito in gran parte ad uso di vigna, esistono gli avanzi di una grandiosa costruzione in mura reticolate di piccoli pezzi di travertino connessi con calce. Si riconoscono delle stanze di un palazzo con pavimenti di musaico bianco e nero, di lavoro accurato, ma con ornati semplici di figure geometriche. Alcuni ambienti verso ovest e verso sud, sono rivestiti da intonaco idraulico solito ad usarsi nelle cisterne : una piccola vasca rettangolare di simile costruzione, ha una scaletta per discendervi ; presso a questa si veggono le tracce di un grande muro semicircolare, aperto verso ovest, del quale non è ben chiaro l'uso, se appartenga cioè alle terme e sia l'avanzo di una grande vasca. In altri ambienti, ora ricoperti dal terreno, sono state rinvenute in gran numero anfore e dolii ; erano le cellae che confermano la destinazione a villa del complesso degli edifici. Nel centro di tali costruzioni era una sala abbastanza ampia, rivolta verso sud e allungata verso nord, con una o più nicchie od absidi. Essa era forse la galleria o il museo del palazzo, perchè quivi sono state rinvenute in maggior numero le antichità. Vi abbondano i frammenti di incrostazioni di marmi orientali, le terrecotte decorative e non mancano tracce d'intonaco dipinto sulle pareti. Nel mezzo di quella che potrebbe essere la nicchia centrale, è stata rinvenuta una statua togata. Nell'angolo nord-ovest si raccolse una testa di adulto sbarbato del I secolo dell'impero, e nelle vicinanze altri frammenti di statue che non si completano (un piede e parte del corpo d'un cerbiatto, un frammento di statuetta di Diana ed altri frammenti). Nei dintorni esistono due capitelli dorici in travertino dall'echino quasi piano, rozzamente lavorati. Tutto mostra adunque che questo era il luogo più nobile e ricco dell' edificio. Circa l'epoca cui rimontano tali fabbriche e circa il proprietario di esse, abbiamo alcuni indizi nelle iscrizioni e nello stile delle sculture. Queste sono opere un po' decorative, ma di lavoro abbastanza buono, del tempo dei Claudii. Nella vigna Quattrocchi, confinante a nord con quella del Cornacchia, è stato rinvenuto un cippo di travertino o stele piramidata, arrotondato un poco al di sopra, dell'altezza originaria di un uomo, oggi ridotto alla sua sola estremità superiore (larghezza m. 0,45, alt. 0,40) colla seguente iscrizione in caratteri (a. 0,045) di forma rozza, ma dell'epoca suddetta: TI CLAV AVG L lALYSO EXCEPTO IVGERO IN PRONTE PC SIC IN AGRO P CL Le dimensioni vaste dell'area indicata, farebbero supporre il cippo che si riferisca ai confini del fondo, anziché ad un sepolcro. E forse ci dà il nome del proprietario della villa, che era un Liberto di Claudio. Ai tempi di quest'ultimo è noto quale potenza avessero acquistata i liberti imperiali ; e non disdirebbero la sontuosità della villa e la statua togata ad un simile personaggio. I bolli de' mattoni sono tutti rettangolari. Il primo, noto per altri esemplari (cfr. C. I. L. XV, n. 2378) dice: L ALLIDI il secondo, pure conosciuto, ed in forma meno incompleta (ib. n. 2390) reca: NOM il terzo mostra chiaramente : C CORINE t. Si b il quarto finalmente dice: L SCANI poir. Sono stati puro rinvenuti alcuni pezzi di fistulae aquariae, (è una conduttura idrica solitamente in piombo, ma anche, più raramente, in terracotta. Era usata già nell'antica Roma,) ma non ho potuto constatare se avessero iscrizioni, essendo stati squagliati. In mezzo agli avanzi di questa villa sono stati riconosciuti moltissimi sepolcri. Da quel poco che resta ancora visibile non ho potuto acquistare un'idea chiara, se questi appartenessero ad una necropoli distinta o fossero i sepolcri dei servi della villa, benché quest'ultima mi sembri l' ipotesi più probabile. Nessun oggetto della suppellettile è stato conservato: mi si disse che questa consisteva in vasetti ed in lucerne. Le tombe nella vigna Cornacchia sono a piccola profondità, formate da tegoloni appoggiati a tetto sul cadavere. Nella vigna a nord è stato invece rinvenuto un grande ossario, senza caratteristica di epoca alcuna, e forse non è che il cimitero dei tempi posteriori. (') Nibby, Analisi II, p. 309.
L. Mariani.

 

Sant'Angelo Romano (fino al 1885 denominato Sant'Angelo in Capoccia)

Sorge sul Monte Patulo (400 metri s.l.m.) e prese il nome attuale in onore di San Michele Arcangelo. Nel territorio comunale nasce il Pratolungo, piccolo affluente dell'Aniene. STORIA : Nel 1174 a.C. il paese risulta menzionato, chiamato all'epoca Medullia dagli antichi Romani che in seguito lo conquistarono. Sulla cima più alta sorgeva un'antica fortezza romana forse adibita anche a prigione. Con la caduta dell'impero romano divenne rifugio per molti abitanti delle ville romane vicine. Successivamente dalle ceneri della fortezza, nacque la rocca già nell'XI secolo circondata di cinta muraria. Essa prima appartenne ai Capoccia e poi agli Orsini che ne fecero un castello fortificato. Nel 1594 il feudo venne acquistato dai Cesi, e fu in questo periodo che conobbe il suo periodo di massimo splendore. Nel 1612 Papa Paolo V ne fece un Principato con a capo Federico Cesi (1585-1630), fondatore nel 1603 della celebre Accademia dei Lincei, la più antica d'Italia con sede nella Capitale. Nel 1678 il castello con tutto il feudo venne ceduto ai Borghese sempre come principato. Nel 1886 il paese assunse il nome attuale abolendo il precedente Sant'Angelo in Capoccia (dato in precedenza in onore della famiglia che aveva preso possesso del castello, i capocci) con Regio Decreto n° 3150 del 28 maggio 1885. Nel 1989 il comune acquistò il castello e nel 1993 iniziarono i restauri e le ristrutturazioni per l'apertura al pubblico. I Santi patroni sono San Michele e Santa Liberata. La chiesa di Santa Liberata. Questa chiesa è del XIV secolo, distante all'epoca della fondazione di trovava a circa 500 metri dell'abitato, ma in seguito inglobata dallo stesso. Fu restaurata nel 1695, e nel 1737 fu ampliata insieme all'annesso convento da Giovanni da Evora. All'interno vi è un coro ligneo del XVIII secolo e, al centro dell'altare maggiore un dipinto, tempera su tavola, di metà del XV secolo, raffigurante la santa titolare rivolta verso l'Eterno, opera di artista anonimo nell'ambito di Antoniazzo Romano. La chiesa sembra fosse stata consacrata da Bernardo da Chiaravalle (Viene venerato come Santo dalla Chiesa Cattolica. Canonizzato nel 1174 da Papa Alessandro III, fu dichiarato Dottore della Chiesa, da Papa Pio VIII nel 1830. Nel 1953 Papa Pio XII gli dedicò l'enciclica Doctor Mellifluus. Colui che redasse la Regola dell'ordine dei Cavalieri Templari). La chiesa di San Michele. La tradizione locale la vuole consacrata da Papa Eugenio III. Secondo vari dati la chiesa originaria si trovava in un luogo non ben identificato ma distante. È certo però che il campanile venne inaugurato il 10 aprile del 1677 dal Vescovo di Tivoli. Utilizzata per sepolture e riti funebri fino agli inizi del XX secolo, nel 1867 divenne dormitorio dei Garibaldini. Venne restaurata nel 1935 e nel 1997. All'interno si trovano una tela ad olio e una statua dell'Arcangelo Michele. - Nota tratta da Wikipedia.

FROSINONE

Un processo "Politico" nello Stato Pontificio della prima Restaurazione. Frosinone maggio-giugno 1801 di Luca Topi

L’11 e il 12 maggio 1801 il Tribunale del Governo di Frosinone fece arrestare un gruppo di abitanti di Frosinone, Ferentino, Torrice, Alatri e Veroli con la gravissima accusa di  "Tentata sedizione"; altri, ugualmente coinvolti nel tentativo di sommossa, riuscirono a sfuggire alla cattura. Vennero arrestate in tutto ventidue persone a cui va aggiunto un non meglio precisato numero di "altri contumaci", secondo la formula riportata sul frontespizio del Ristretto. La gravità delle accuse, la notorietà dei personaggi, il grado di elaborazione del piano, le sue modalità operative, l’alto numero di partecipanti e la vastità dell’area interessata lasciano intravvedere uno dei maggiori tentativi di sommossa che il restaurato governo pontificio si trovò a dover fronteggiare. Le fonti che sono servite per la stesura di questo articolo sono fonti criminali: si tratta del processo istruito dal Tribunale di Frosinone e successivamente inviato a Roma alla Sacra Consulta, oggi conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana composto da 365 carte, al cui interno sono trascritti gli interrogatori dei testimoni, le relazioni dei bargelli e altre carte inerenti alla causa, nonché del Ristretto del processo, istruito questo dalla Sacra Consulta, conservato invece nell’Archivio di Stato di Roma. Prima di passare all’esame degli accadimenti e dei personaggi, è necessaria una precisazione. Il Tribunale di Frosinone non interrogò gli imputati ma si limitò ad ordinarne l’arresto e l’immediato trasferimento a Roma, motivando tale scelta con la pericolosità dei soggetti, che dovevano essere al più presto allontanati dalla città. In un secondo momento istruì la vera e propria causa e procedette agli interrogatori dei testimoni, che, come vedremo, saranno quasi tutti di Frosinone. Del processo della Sacra Consulta si è, come scritto, conservato il ristretto fiscale, nel quale si fa riferimento solo alle testimonianze riportate nell’incartamento di Frosinone, senza nominare interrogatori di imputati. Quindi a noi non sono giunte le "voci" degli arrestati, ma solo quelle dei testimoni ed è l’unica versione di cui disponiamo. Il 29 settembre 1799 si era chiusa la breve esperienza della Repubblica romana (1798-1799) con la firma della Capitolazione tra il generale francese Garnier e il capitano inglese Troubridge, successivamente sottoscritta anche dal maresciallo napoletano Emanuele De Bourcard. La città era stata occupata dalle truppe napoletane e il maresciallo De Bourcard ne aveva assunto il comando provvisorio. Il 10 ottobre 1799 giunse a Roma, da Napoli, il generale Diego Naselli, che immediatamente nominò una Suprema Giunta di Governo, con compiti direttivi e di coordinamento soprattutto in materia economica e finanziaria, e una Giunta di Stato, con il preciso incarico di ricercare e arrestare gli ex repubblicani e tutti coloro che potessero turbare l’ordine pubblico. Il 3 luglio 1800, il nuovo pontefice Pio VII, preceduto dall’invio di una delegazione di tre Legati a latere con l’incarico di assumere il controllo della parte dello Stato pontificio occupata dalle truppe del re di Napoli, entrava a Roma e prendeva possesso della città e dello Stato. In precedenza, il 25 giugno 1800, l’Imperatore Ferdinando I aveva consegnato al neo eletto papa le province di Ancona e Perugia che erano sotto il controllo dei suoi commissari. Il restaurato governo pontificio si trovò a dover affrontare fin dai primi giorni una situazione estremamente complessa. Il periodo repubblicano, seppur breve, aveva lasciato profonde ferite nel corpo dello stato. I francesi avevano operato con sistematicità nella distruzione delle strutture politiche, amministrative e anche sociali dello Stato pontificio: il Sacro Collegio era stato sciolto, tutte le strutture statali dichiarate decadute, molti conventi chiusi e alcune chiese erano servite come ricovero per i soldati; le confraternite soppresse e i beni incamerati; modificata la divisione rionale e questo solo per fare alcuni esempi. L’unica forma organizzata del vecchio regime rimasta in vigore nella città di Roma durante il periodo della Repubblica fu la divisione parrocchiale. Il lavoro che si presentava davanti agli uomini del restaurato governo era quindi molto complesso e uno degli aspetti più preoccupanti era quello legato all’ordine pubblico. La maggior parte dello stato si trovava sotto il controllo di eserciti stranieri, con una quantità di uomini in armi altissima, che dovevano essere alloggiati, riforniti e rifocillati. Ad aggravare la situazione vi erano poi intere colonne di insorgenti che, entrate nei territori dello Stato pontificio al seguito o spesso precedendo le truppe regolari, vi si trovavano ancora accampati. Tale presenza poneva con forza il problema della loro gestione, non solo logistica ma anche e soprattutto politica. Ben prima del ritorno del pontefice il cardinal Ruffo affrontò con decisione tale situazione e, in accordo con le autorità napoletane, impedì alle truppe degli insorgenti, specialmente agli uomini di Fra Diavolo di entrare in città arrivando anche a far arrestare lo stesso Fra Diavolo. Sul fronte della lotta agli ex-repubblicani, lo strumento posto in essere fu, come detto, la Giunta di Stato, che finì poi per estendere le sue competenze anche a reati diversi. Luca Topi, in "Un processo "politico" nello Stato pontificio per animare una rivolta". Racconta che sempre nello stesso giorno gli uomini presenti nelle città di Vèroli, Alatri e Torrice si sarebbero mossi a loro volta per far sollevare i rispettivi paesi. Le testimonianze concordano sulle spinte da utilizzare per far sollevare il popolo: si sarebbe fatto leva sulla paura di un imminente ritorno delle truppe francesi intente a vendicarsi di quanto era successo solo pochi anni prima saccheggiando e mettendo a ferro e fuoco tutti i paesi. Era quindi necessario premunirsi armandosi e cacciando dalle città tutti gli ex-repubblicani che vi erano tornati e che erano pronti ad allearsi nuovamente con i francesi per vendicarsi dei torti subiti: "Ora ritornano li Caldarari (francesi) conviene in stare all’erta in prender subito le armi" queste sono le parole che Giuseppe Zaccarìa dice di aver sentito pronunciare da Angelo Maria Cataldi (solo come esempio si riporta la testimonianza di Giambattista Grande che riferisce di una conversazione con Silverio Bomattei detto "Maglietta"  che gli avrebbe detto  "che lui sapeva di certo che dovevano ritornare li francesi, che perciò conveniva ad armarsi per reprimerli, fare una nuova ribellione ed un buon bottino"). I francesi stavano realmente per tornare in quelle terre, ma solo per transitarvi diretti verso il regno di Napoli e con l’accordo del pontefice. I capi dei congiurati quindi utilizzano un fatto reale, anche se non imminente, per rinfocolare una paura che non era ingiustificata. Solo pochi anni prima (1798) il territorio della Provincia di Marittima e Campagna era stato teatro di una feroce insorgenza, a cui aveva fatto seguito l’altrettanto dura repressione militare franco-polacca, con l’incendio e il saccheggio di Ferentino e Frosinone(Sulle vicende di Ferentino e Frosinone cfr. Luca Topi,). Infine il periodo giugno-settembre 1799 era stato costellato di scontri, cambi di fronte repentini, saccheggi e morti, che avevano lasciato un ricordo vivido nelle popolazioni dell’area. Torniamo ora a Frosinone e seguiamo il piano così come descritto da vari testimoni. Il segnale della sommossa era stato diviso in tre parti; alle tre della notte del 30 aprile 1801, un primo colpo di archibugio sarebbe stato sparato in contrada S. Elisabetta, a cui avrebbe fatto seguito un altro colpo esploso dalle parti del macello; infine un terzo colpo di pistola sparato dalla casa di Michelangelo Cerroni avrebbe dato il via al moto. Il Preside della città però era stato informato sia del tentativo di sommossa, sia dei dettagli e, lungi dall’aver inviato le squadre di birri a Velletri, ne aveva invece fatte venire altre dalle città vicine. Al primo sparo alcuni birri si recarono nella contrada di San Elisabetta senza trovare nessuno, come nessuno e quella di Luigi Sodani che testimonia che "col pretesto del passaggio de Francesi si tentava da mal intenzionati di fare una insurrezione", Un processo "politico" nello Stato pontificio trovarono vicino al macello; nel contempo un altro gruppo numeroso di birri aveva circondato la casa di Michelangelo Cerroni. Questi, vistosi scoperto non sparò, il colpo e l’insurrezione non iniziò. Per tutta la notte poi squadre di birri pattugliarono la città con l’intento di prevenire eventuali altri tentativi di rivolta. Anche a Ferentino il tentativo di sollevare la popolazione fallì; qui l’agitatore principale era stato individuato in Giuseppe Tangredi detto "Pepparello", che avrebbe dovuto far avviare il moto: possediamo la descrizione di questo tentativo riportata da un testimone oculare, Giuseppe Gorirossi di Frosinone, che così racconta: Stassimo dunque a godere della festa, nella quale ci erano concorsi molti di questi miei concittadini, fra li quali il nominato Giuseppe Tangredi alias Pepparello. Verso le ore venti, il medesimo Tangredi si pose come un fanatico per detta città, incutendo timore e suscitando quella popolazione, e concorso ripeto di gente che vi era, dicendo ciò, in via allarmante facendosi vedere timoroso, dicendo ancora che voleva subito far ritorno in questa città, ed armarsi di archibugio e padroncina per poi buttarsi per le montagne e siccome si voleva uno scompiglio nel popolo, che si era incominciato a mettere sossopra, credette bene il signor Narducci di portarlo via da detta città, anche colle minacce di volerlo bastonare, conforme gli riuscì. Rincontreremo più avanti Narducci, che sarà uno dei testi chiave del processo e, per il momento basti ricordare che proprio Narducci, nella sua testimonianza rilasciata il 6 maggio 1801, riferisce che anche nel paesino di Ripi circolavano strane voci. Si tratta quindi di un piano complesso e articolato, che prevede un’azione coordinata e simultanea in più paesi, segno della presenza di più gruppi e che, per quel concerne Frosinone, epicentro del moto, presuppone una manovra a tenaglia verso il centro del paese ad opera di gruppi che muovono da diverse posizioni. Il livello di progettazione è raffinato, mentre la sua organizzazione lascia molto a desiderare, tanto che le autorità, avvisate da diversi cittadini, riescono a conoscerne con un sufficiente anticipo tutti i dettagli e a sventarlo.
Il fallimento dell’azione scoraggia i congiurati ma non li fa desistere dai loro piani35, tanto che l’11 maggio 1801 il Fiscale della Provincia, Giovan Battista Sterbini, chiede al Preside di far arrestare tutti i sediziosi, dal momento che aveva avuto sentore che stavano preparando un’altra insurrezione.
Questa sarebbe dovuta scoppiare a Vèroli e anche qui l’occasione sarebbe stata un giorno di festa, la domenica di Pentecoste (24 maggio 1801). Il piano era simile nello svolgimento a quello ideato per Ferentino: far sollevare la popolazione riunita per la festa, spargendo ad arte la voce di un imminente ritorno dei francesi per poi indirizzarne la violenza contro il Governatore pontificio e i repubblicani ritornati in città. (Ambrogio Marrocco, benestante di Vèroli, ci ha lasciato questa descrizione delle voci che circolavano per le vie della cittadina: "per le imminenti Feste di Pasqua Rosa si voleva fare una tagliata di teste, anziché si doveva camminare nelle feste medesime sopra le teste e nell’incontrarle si sarebbe detto questa è la testa del Governatore quest’altra di quel Galantuomo, e l’altra del Repubblicano": Marrocco è un teste, come altri che incontreremo più avanti molto di parte; è un benestante e quindi preoccupato di poter essere oggetto della violenza popolare ma è necessario tenere presente che le vie di Vèroli hanno conosciuto violenze terribili e il ricordo del rogo sul quale vennero bruciati i corpi della famiglia Franchi e quelli di altri cinque cittadini era sicuramente vivido nella memoria dei verolani; su queste violenze cfr. Caperna, Storia di Vèroli, 1907, p. 465; Luca Topi, «C’est absolumment la Vandée», cit., pp. 56-61.) Il Preside della Provincia, intuendo la gravità della situazione, ordinò l’arresto dei principali sospetti. Il giorno dopo (12 maggio 1801) il bargello Agostino Monacelli ne arrestò un buon numero, a cui si unirono quelli che già si trovavano in carcere per altri motivi, e il Preside li fece immediatamente trasferire tutti a Roma. (Gli arrestati sono Don Antonio Cerroni, Luigi Spaziani, Giuseppe Franconetti detto  "Ceci", Carlo Giuliani, Silverio Bomattei detto  "Maglietta", Giuseppe Butti, Bartolomeo Franconetti, Nicola Giansanti Colucci e Giuseppe Tangredi detto  "Pepparello", BAV, Vaticano Latino 14081, cc. 68rv.) Alcuni però riuscirono a sfuggire alla cattura, come Michelangelo Cerroni, che, grazie ad un informatore che lo avvertì degli imminenti arresti, si rifugiò nel vicino regno di Napoli (Arcangela Spaziani moglie di Luigi Spaziani uno degli imputati testimonia che una sera Cerroni si presentò a casa sua per avvertire il marito Luigi e il fratello Vincenzo che stavano per essere arrestati e di fuggire; i due uomini non ritennero di dover fuggire e Cerroni lasciò rapidamente la casa.); il suo tentativo di fuga non andò a buon fine e pochi giorni dopo anche Cerroni venne arrestato nel paese del Regno nel quale aveva trovato rifugio e consegnato a birri di Frosinone, che subito lo trasferirono a Roma. Alla fine di maggio il Preside di Frosinone decise di stroncare definitivamente qualsiasi velleità di sommossa e ordinò l’arresto dei restanti partecipanti al complotto. (Vennero arrestati: Magno Spaziani il giovine, Sebastiano Bracaglia il giovine, Pasquale Minolti detto  "Cavallo"  e Bernardino Mancini di Frosinone; Geremia de Castris, e Paolo Pettorini di Ferentino; Giuseppe Sebastiani Trabocchetti, Giuseppe Andrigli e Filippo Passi di Vèroli; Cesare Macci, Sisto Arduini e Francesco Quattrocchi di Torrice; e infine Nicola Tagliente nato nel regno di Napoli e residente a Vèroli, Ibidem. ) Anche questa volta non tutti vennero trovati e anzi una parte numerosa, tra cui alcuni dei capi, riuscì a darsi alla macchia: tra questi Angelo Maria Cataldi e Francesco Antonio Terracciani figure chiave del "Tentativo di Rivolta". Questi due uomini erano ex-birri e si può ipotizzare che avessero mantenuto dei contatti fra i birri, da cui avranno avuto sentore di un loro arresto: il loro antico «mestiere» li mise probabilmente al riparo dall’arresto. 3.2 - Capi e gregari Un piano così vasto e complesso come quello appena descritto necessitava di una preparazione adeguata. Era fondamentale avere in ogni paese uomini sicuri e fidati che a loro volta ne reclutassero altri; stabilire una rete di collegamento tra i diversi gruppi; trovare luoghi di riunione e infine rifornirsi di armi e munizioni. Secondo tutte le testimonianze a capo del tentativo di sommossa vi era il canonico di Frosinone don Antonio Cerroni,  "uomo tutto mistero e tutta politica". Giuseppe Donati nella sua testimonianza parlando della sommossa e del ruolo dei fratelli Cerroni dichiara che  "uno (Antonio Cerroni) a fissarla, premeditarla ad organizzarla e l’altro (Michelangelo) ad eseguirla grossolanamente". Il suo ruolo di dòminus gli è unanimemente riconosciuto e soprattutto gli è riconosciuta la paternità dell’ideazione e dell’organizzazione del complotto: è la mente raffinata, mentre il braccio operativo è il fratello Michelangelo. Cerroni ha contatti con Roma e sembra avere una buona disponibilità economica, che promette di mettere a servizio degli arrestati per farli liberare. (Cerroni, come abbiamo detto, verrà arrestato a Frosinone e trasferito a Roma, con altri sette imputati; durante il tragitto riesce a comunicare con gli altri imputati e li esorta a non parlare, anche se sottoposti alla tortura della corda dicendo che era pronto a spendere oltre diecimila scudi per il loro silenzio e che a Roma avrebbe attivato la sua rete per far scarcerare tutti e che questo era solo possibile se fossero restati in silenzio ). Infine ha una forte relazione con l’altro personaggio chiave della rivolta Angelo Maria Cataldi di Alatri, "araldo della rivoluzione"; relazione che risale al sodalizio creatosi durante l’insorgenza del 1798 e poi rafforzatosi nei fatti dell’estate 1799. Le affermazioni di Cerroni sono probabilmente dettate dalla volontà di rassicurare i suoi complici per non farli parlare, conscio del fatto che il peso maggiore delle accuse sarebbe ricaduto sulle sue spalle e quindi sono da considerare con cautela anche se le preoccupazioni del canonico si rivelano giuste in quanto Luigi Spaziani, uno degli arrestati, subito chiede l’immunità in cambio della sua completa testimonianza. I fratelli Cerroni, Terracciani, Cataldi e anche altri sono tutti inseriti nell’elenco degli emigrati del Dipartimento del Circeo redatto dalla autorità repubblicane nella primavera del 1799 a riprova del fatto che fossero tutti fuggiti nel vicino regno di Napoli da cui poi sarebbero tornati al comando delle masse, tomo IV, pp. 87-90. Cataldi, che risulta avere sotto di sé  "un grande ammasso di persone", è uno dei maggiori esponenti dell’insorgenza del 1798. È il capo, l’ideatore e la guida del moto di Alatri; indirizza la folla contro la casa dei Vinciguerra che verranno massacrati, fugge nel regno di Napoli, per poi tornare nel 1799 alla guida di una grossa banda di insorgenti; molti sono gli omicidi che gli vengono imputati sino a farlo diventare una sorta di "uomo nero" della zona, in unione con Mammone e con altri feroci capi massa. La rappresentazione di Cataldi è sicuramente esagerata, anche se la sua direzione del moto del 1798 è accertata da diverse fonti, come è accertata la sua azione nel periodo dell’estate 1799. Nonostante ciò, Cataldi non si può considerare come il "Capo" dell’insorgenza del Circeo del 1798, come invece Tommaso il "Broncolo" è il capo del moto del Trasimeno. (Su Cataldi e la sua azione cfr., Luca Topi, «C’est absolumment la Vandée», cit., pp. 205-207 e 212-214; su Tommaso il "Broncolo", C. Minciotti Tsoukas, I torbidi del Trasimeno. Analisi di una rivolta, Milano, 1988.). Ciò che emerge dalle carte è la forte rete di relazioni di quest’uomo, relazioni dovute anche al suo precedente lavoro di bargello del Tribunale di Frosinone, che lo ha portato in contatto con diverse persone residenti in molte città dell’area. Cataldi è costantemente in giro per i paesi per tenere le fila, per reclutare uomini, per reperire informazioni. Nel suo girovagare non è mai solo, infatti i testimoni raccontano di averlo visto sempre in compagnia di qualcuno, alcune volte a loro noto ma più spesso ignoto. La presenza di Cataldi, seppure in maniera labile, è attestata anche nel piccolo paese di Fumòne nel quale è in contatto con Epifanio Longhi, anch’egli uno dei promotori dell’insorgenza del 1798. (Su Fumòne e Longhi cfr. Luca Topi, Fumòne: un paese nell’insorgenza del Dipartimento del Circeo (1798-1806). Infine il genero di Cataldi, Geremia de Castris, controlla come nel 1798 il paese di Ferentino. Insieme a Cataldi sono importanti per il moto Francesco Antonio Terracciani e Michelangelo Cerroni, entrambi di Frosinone ed entrambi figure tra loro speculari. Terracciani è un ex-birro che nell’insorgenza del 1798 si era molto arricchito, tanto che al momento del tentativo di sommossa risulta "vivente delle sue entrate" (Secondo il notaio Giuseppe Antonio Narducci, Terracciani "colli passati saccheggi (insorgenza del 1798-1799) e rapìne ad un mio credere si sarà formato un capitale di circa ventimila scudi", Biblioteca Vaticana Latina.); è il nipote del bargello e questa parentela gli fa assumere atteggiamenti di sfrontatezza come quello "concedere" il permesso di girare armati ai suoi accòliti che, sono circa tredici. Angelo Barletta racconta dell’arresto di Nicola Giansanti detto  "Colucci"  per porto illegale di una baionetta e secondo Barletta sarebbe bastato a Giansanti, per essere scarcerato, dire che il permesso di portare una tale arma gli era stato dato. Citato da Luca Topi nel testo "Un processo politico" nello Stato pontificio. Anche Michelangelo Cerroni si è arricchito durante l’insorgenza del 1798-1799 quando era arrivato, nell’estate del 1799, a comandare sull’intero paese. È uno dei più attivi reclutatori di persone e assiduo partecipante alle riunioni in casa Spaziani o nel forno del paese. Da lui sarebbe dovuto arrivare il colpo di pistola decisivo per dare avvio al moto; come Terracciani è molto amico di Cataldi e controlla un buon numero di persone. Cataldi, Cerroni e Terracciani sono uomini dalla forte personalità, sotto di loro si muovono i gregari, dotati di un carattere deciso, spesso molto violenti, che hanno il compito di girare per i paesi e le contrade per portare le notizie, reclutare altri uomini alla causa, trasmettere gli ordini, cercare armi e munizioni e così via: si tratta, solo per fare qualche nome, di Bartolomeo Franconetti, detto "Ceci", di Frosinone, di Geremia di Castris di Ferentino, di Giuseppe Sebastiani, detto  "Trabbocchetti", di Vèroli, di Cesare Macci e Francesco Quattrocchi di Torrice. Purtroppo le carte a nostra disposizione non ci consentono di presentare un’analisi quantitativa relativa alle professioni di questi uomini dal momento che troppo poche sono le indicazioni in tal senso (solo di una ventina conosciamo qualche vaga informazione). Nonostante questo possiamo tentare, dai dati in nostro possesso, un profilo sociale degli imputati. Alcuni di questi sono definiti dai testimoni come persone arricchitesi durante l’insorgenza del 1798-99 e che ora vivono con quei beni. Angelo Maria Cataldi da birro è diventato mercante di carne, Giuseppe Tangredi detto "Pepparello" ha abbandonato il mestiere di calzolaio e ora vive dei suoi beni49: per tutti valga la descrizione fornita da Giuseppe Antonio Narducci: Li soggetti tutti complottati sono persone veramente sediziose e sebbene in passato ognuna avesse il suo particolare impiego onde vivere, dalla passata sommossa impinguatisi coll’altrui sostanze vivono di presente senza alcun impiego li riferiti capi poi non sono di disegual nota, oltre di che intraprendenti, briganti, e più impinguati dall’altrui ruine. Il solo Terracciani colli passati saccheggi e rapìne ad un mio credere si sarà formato un capitale di circa ventimila scudi, così il Cerroni anche il Cataldi che sebbene abbia il domicilio in Alatri, dove prima viveva miserabilmente, ora poi è pieno di danaro, e sostanze e la fa da mercante di macelli. Il Terracciani che era stato uno dei capi della passata insorgenza ed era amico dei fratelli Cerroni come se questo fosse bastevole per non rispettare la legge o meglio come se questi uomini fossero loro la legge, BAV, Vaticano Latino 14081, c. 55r. 49 Felice Martini dichiara che Giuseppe Tangredi  "prima della spiegata eseguita rivoluzione lavorava nella sua arte di calzolaio, ma dal detto tempo in poi ha abbandonata la di lui arte, ed è vissuto conforme seguita a vivere col prodotto de li ladronecci come sopra commessi". Non tutti gli insorgenti si sono arricchiti durante quei tragici anni. Molti, tornati a casa, hanno ripreso la loro vita e tra questi troviamo muratori, garzoni, fornai, osti, calessieri, birri e alcuni contadini non meglio indicati, che sembrano essere pronti a riprendere le armi. Si tratta solo di pochi casi, come detto, ma che, se confrontati con quelli, ben più corposi dell’insorgenza del 1798-1799 compongono un quadro chiaro. È confermata la presenza in massa del basso popolo, segno questo di una continuità chiara, continuità di intenti, di affiliazioni personali e di strategie, mentre in questo caso manca del tutto o è irrilevante la presenza dei "benestanti", dei  "viventi delle proprie entrate", dei nobili e dei sacerdoti (è presente un solo nobile, il marchese Agostino Campanari di Vèroli, e un solo sacerdote Angelo Scaccia sempre di Vèroli), che al contrario parteciparono in numero rilevante e con ruoli di prima e seconda fila ai moti del 1798-1799 e che ora, con il restaurato governo pontificio sono radicalmente contrari a qualsiasi azione che possa mettere in discussione il governo del papa. Questo è il caso di Luigi Spaziani, benestante che dichiara di vivere con proventi delle entrate dei suoi beni ed è stato, con il fratello Vincenzo, uno dei più importanti personaggi dell’insorgenza di Frosinone. (Girardon il 5 fruttidoro anno 6 (22 agosto 1798), ordina l’arresto dei due fratelli Spaziani con l’accusa di aver ucciso il figlio del console de Mattheis: G. Segarini, M.P. Critelli, Une source inédite de l'histoire de la République Romaine, cit., a p. 359.). La pericolosità dei due è confermata dal fatto che vennero processati dalla Giunta di Stato e da questa condannati all’esilio da Roma e Frosinone. (La Giunta di Stato si mosse a seguito di una lettera inviàtele dal «Popolo di Frosinone» dove i due fratelli vengono così descritti. "La causa dei continui sconcerti, e disordini che nascono in questa città ne derivi da pochi individui e specialmente dalli tumultuosi Luigi e Vincenzo Spaziani che vedendosi per anche impuniti delle continue scelleratezze, e delitti, che d’assiduo commettono si rendono vieppiù baldansosi").   Nel corso del suo esilio forzoso a Marino, Spaziani ha occasione di incontrare spesso Michelangelo Cerroni, che conosce bene e che gli parla del piano di insurrezione, proponendogli di parteciparvi. In febbraio 1801 Spaziani ottiene dalla Sacra Consulta la grazia e quindi fa ritorno a Frosinone, dove viene continuamente cercato da Cerroni. Spaziani palesa a Cerroni tutta la sua contrarietà ad un nuovo moto, che si sarebbe indirizzato contro il pontefice, legittimo sovrano. Verrà arrestato con l’accusa di aver partecipato alle riunioni, parlerà e otterrà l’impunità. Spaziani, che aveva combattuto, ed anche molto contro i giacobini in favore del papa, resta fedele al suo sovrano e avverserà il tentativo di sollevazione contro il governo. La Giunta di Stato si mosse a seguito di una lettera inviàtele dal «Popolo di Frosinone» dove i due fratelli vengono così descritti. "La causa dei continui sconcerti, e disordini che nascono in questa città ne derivi da pochi individui e specialmente dalli tumultuosi Luigi e Vincenzo Spaziani che vedendosi per anche impuniti delle continue scelleratezze, e delitti, che d’assiduo commettono si rendono vieppiù baldansosi", Tribunale Criminale Governativo, Processi 1800, vol.6 quater . Siamo quindi di fronte ad un fenomeno abbastanza definito socialmente, i cui contorni sono più netti rispetto a quelli all’insorgenza: segno che non si tratta di una semplice "ripresa", o di un secondo tempo dell’insorgenza, ma di un processo di altra natura che da un’attenta lettura delle carte mostra una situazione più complessa di quella presentata dai testimoni. Nel corso del procedimento istruito a Frosinone vengono sentiti quarantadue testimoni, di diversi paesi. Si tratta di un numero abbastanza importante di testimonianze, che vede anche la presenza di diverse donne. A differenza degli imputati, per i testimoni disponiamo di un identificativo sociale quasi completo (41 su 42). L’appartenenza sociale risulta essere così ripartita: Professioni testimoni. Spicca in questo grafico la forte presenza di benestanti o  "viventi delle proprie entrate" che sono un terzo dei testimoni. A costoro devono essere anche aggiunti i notai, ovvero coloro che nel caso specifico dichiarano di esercitare l’arte di notaio e di provvedere nel contempo alla gestione del loro patrimonio attraverso agenti, servitori, guardiani etc. e che sono stati divisi solo a causa della specificità del loro lavoro e del loro status. Quindi circa il 40 per cento dei testimoni appartengono all’élite dei paesi; costoro sono anche i più preoccupati da una eventuale rivolta, in quanto sanno di essere l’oggetto principale dell’odio dei congiurati. I salariati e i contadini risulteranno essere testimoni strettamente collegati con i benestanti, spesso sono alle loro dipendenze come servitori, facchini, oppure coltivano le loro terre. I negozianti e gli artigiani sono all’interno della vicenda processuale le categorie che forniscono le maggiori informazioni al fisco, in quanto nelle loro botteghe (artebianca, barbiere, osteria, forno e altro) si tenevano le riunioni dei cospiratori: sono coloro che vedono quasi quotidianamente i congiurati, ascoltano i loro discorsi e poi li riferiscono al tribunale. Una serie di testimonianze importanti risultano essere quelle fornite dalle donne che quando non hanno altra specifica, sono state indicate nella voce "lavori di casa", ma almeno di una sappiamo che gestisce la bottega di caffettiere di Frosinone; queste riferiscono con precisione i discorsi sentiti, raccontano dello stato d’animo dei loro mariti e dimostrano di essere molto attente a quello che succede nella loro città. Passando ora ad analizzare le testimonianze, queste si possono dividere in due categorie con una sola importante eccezione. Da un lato abbiamo una serie Notai; 7% Artigiani; 12% Benestanti; 29% Contadini; 12% Negozianti; 15% Salariati; 15% Lavori di casa; 10%. di testi che hanno avuto delle questioni personali con gli imputati: si tratta di vicende legate al periodo della passata insorgenza e quasi tutte estremamente violente. Dall’altro vi è una serie di testimonianze di persone che non hanno questioni personali con gli imputati ma sono a loro contrari perché li conoscono di fama e li ritengono pericolosi per il paese; unica eccezione in questa divisione è la testimonianza del notaio Giuseppe Antonio Narducci, dal momento che Narducci è un ex insorgente che conosce quindi da dentro gli imputati e il loro mondo. Vediamo ora i testimoni che hanno avuto delle questioni con gli imputati; in questo caso i contrasti di cui si parlerà riguardano tutti il periodo del 1798- 1799, ritorna anche qui il fantasma della Repubblica. Si tratterà solo di tre testimonianze, che per descrivere le  "qualità" degli imputati fanno riferimento ai fatti del biennio. Il negoziante Giuseppe Antonio Mignastri racconta che Giuseppe Tancredi detto  "Pepparello"  gli uccise il fratello Filippo senza un motivo apparente e tanta era la paura che l’uomo incuteva che il cadavere non venne rimosso e gli animali ne fecero scempio; inoltre quello stesso giorno Tancredi ferì altre due persone e due mesi dopo fece lo stesso con Bruno Merolli, a cui si dovette amputare un braccio (La Giunta di Stato si mosse a seguito di una lettera inviatele dal «Popolo di Frosinone» dove i due fratelli vengono così descritti "La causa dei continui sconcerti, e disordini che nascono in questa città ne derivi da pochi individui e specialmente dalli tumultuosi Luigi e Vincenzo Spaziani che vedendosi per anche impuniti delle continue scelleratezze, e delitti, che d’assiduo commettono si rendono vieppiù bald). Ugualmente violenta è la storia di Zaccarìa Fabi narrata dalla madre Petronilla. Costui era un ragazzo di circa 18 anni che si era arruolato come fuciliere di Montagna nelle truppe napoletane e poi era tornato a casa. Venne, per ordine di Michelangelo Cerroni, prelevato dagli insorgenti, portato in giro per le strade del paese e percosso violentemente: poi gettato in carcere dove veniva regolarmente picchiato da Cerroni e infine, dopo otto mesi scarcerato; morì poco dopo per le percosse ricevute. La madre sostenne che tutto ciò accadde perché Michelangelo Cerroni aveva preso il cavallo e la bardatura del ragazzo e non intendeva restituirli, accusandolo addirittura di essere un "giacobino". Altrettanto violenta ma senza un esito così tragico è la vicenda che vede coinvolto l’imbastatore di Frosinone Andrea Ranelli: costui dichiara di essere stato accusato da Michelangelo Cerroni di aver scritto un attestato contro Raffaele Bassetti, uno dei capi dell’insorgenza di Frosinone, e di essersi quindi dovuto rifugiare a Ceccano (Il generale Girardon, in una lettera del 25 vendemmiaio anno VII (17 ottobre 1798) chiede al Ministro di Giustizia e Polizia di far arrestare Bassetti, che si trova a Roma, dal momento che si è macchiato di gravi crimini durante l’insorgenza del Circeo; due giorni dopo Girardon informa il Comandante della Piazza di Frosinone che Bassetti sta per essere tradotto nella sua città ). Qui venne arrestato e riportato in paese dove fu derubato, gettato in prigione e picchiato molto violentemente: non contento, Michelangelo Cerroni lo fece incatenare mani e piedi e tenere a pane e acqua per circa otto mesi; in questo lasso di tempo veniva giornalmente picchiato dai due fratelli Cerroni. Inoltre sua moglie, incinta, per sfuggire al tentativo di violenza, sempre di Michelangelo Cerroni, cadde, ebbe un aborto e morì. Il teste dichiara di essersi salvato solo grazie al carceriere che gli passava, probabilmente dietro compenso, i viveri e i medicinali che i suoi domestici gli portavano. Come detto, queste sono solo tre storie, prese come esempio degli odi creatisi nel periodo repubblicano che portano i testimoni a descrivere i fratelli Cerroni e più in generale tutti i partecipanti al moto come elementi violenti e molto pericolosi. Veniamo ad analizzare la testimonianze di coloro che non hanno avuto motivi di attrito personale con gli imputati: questo gruppo è formato da un lato dai benestanti del paese, preoccupati dei convivi, dei crocicchi degli ex insorgenti, e dall’altro, come già detto, da artigiani, bottegai, osti, tavernieri, garzoni, che sentono, osservano i congiurati e poi riferiscono. La bottega di barbiere di Anselmi sulla piazza della Santissima Annunziata di Frosinone è uno dei luoghi fondamentali per la circolazione delle idee del moto. (Sull’importanza delle botteghe, caffè, spacci e altro si veda il classico saggio di M. Agulhon, Il salotto, il circolo e il caffè. I luoghi della sociabilità nella Francia borghese (1810-1848), a cura di Malatesta, Roma, 1993.) Nella bottega si incontrano tutti i congiurati che la usano per scambiarsi informazioni sull’andamento del piano, ma soprattutto, racconta il barbiere molto preoccupato, per fare proseliti tra i contadini che andavano a farsi fare la barba, sostenendo che era venuto il momento di punire con la morte tutti i repubblicani che erano tornati in paese a seguito dell’indulto di Consalvi. Altro luogo importante, questa volta più ristretto, quindi non usato per fare propaganda ma solo per riunirsi, era il caffè (e spaccio di acquavite) di Benedetta Zangrilli, sempre a Frosinone. La testimonianza della donna è esemplare e merita di essere riportata per intero: Fra le persone, che hanno frequentata suddetta mia bottega è stato uno il nominato Cerroni tanto di giorno che di notte in comitiva mai di galantuomini, e di persone di garbo, ma di persone di malavita. Da circa li tre mesi a questa parte, che egli fissamente soleva pratticare nella espressata mia bottega sempre colle stesse persone, che sono li fratelli Bartolomeo, Giuseppe e Francesco Franconetti denominati Cece, Silverio Bomattei alias Maglietta, Magno il Giovane, Sebastiano Bracaglia alias il Giovane, Francesco Mastrangeli alias Scarabuscia, Paolo Segarini, M.P. Critelli, purtroppo non disponiamo di altre informazioni su Bassetti. Nel testo, un processo "politico" nello Stato pontificio si nomina lo Scardalano e Biagio figlio di Zinforiano Forte, e siccome da circa li tre mesi a questa parte vedevo una insolita operazione, che colla scusa di giocare si chiudevano dentro la seconda stanza ed allorché io, o qualunque altro, che voleva venire, allora appunto riprendevano le carte, e si ponevano a giocare, ma subito che restavano soli, lasciavano tosto il gioco, e si ponevano a discorrere fra di loro in segreto. Veduta tal cosa più volte mi posi in curiosità di sentire cosa dicevano, ed essendo, come gli ho detto, gente tutta di cattivo affare, mi posi in sospetto, che non trattassero di qualche cosa di cattivo, motivo per cui usai l’industria di pormi a sentire alla porta a parte di fuori subito che rimaneva chiusa, e li medesimi, conforme ho detto di sopra, rimanevano fra di loro in libertà. 60 L’intuizione della donna si dimostra corretta, anche avvalorata dalla personale conoscenza della cattiva fama dei suoi avventori. Con attenzione e furbizia riesce ad ascoltare molti dei discorsi pronunciati, soprattutto da Cataldi e Cerroni, che minacciavano gli ex repubblicani, il Governatore, si dicevano pronti ad uccidere chiunque si fosse posto sulla loro strada e discutevano anche dei dettagli operativi dell’azione da condursi sia a Frosinone che a Vèroli. Altri luoghi importanti di riunione erano i forni di Alatri, Torrice e Frosinone dove ci si incontrava, si parlava, si beveva sino a notte fonda e proprio ai forni guardavano con preoccupazione i benestanti del paese che riferiscono al Fiscale degli strani movimenti di persone che conoscono per essere molto pericolose. (Solo come esempio si cita la testimonianza di Vincenzo Spaziani di Frosinone che dichiara di vivere amministrando i propri beni e riferisce di aver visto nel forno molte volte Cerroni intrattenersi con gli altri congiurati ). Il vetturale di Vèroli, Giuseppe Manchi, riferisce di aver sentito fare discorsi pericolosi da alcuni ex insorgenti di Vèroli di cui conosce bene la fama e dichiara che volevano fare una  "nuova rivoluzione di Zampitti, ossia insorgenti di Regno, li quali uniti a quei di questa città volevano far fare una strage generale" e che il motivo di questo nuovo tentativo era la volontà di costoro di riprendere le ruberie e i saccheggi. Tra le testimonianze spicca come detto quella del notaio Giovan Antonio Narducci, che viene sentito ben tre volte, in quanto conosceva bene tutti gli imputati. Narducci era stato uno dei maggiori partecipanti all’insorgenza del 1798, tanto da essere indicato dal generale Girardon come uno di coloro che avevano ucciso il figlio del console De Mattheis insieme ai fratelli Spaziani e ad altri. (capo rivoluzionario era stato arrestato dai francesi, ed era prossimo al pericolo di essere fucilato". Tesori dice che, grazie alle sue conoscenze all’interno della Repubblica, riesce a far trasferire il processo di Narducci nella centrale di Anagni, da dove poi sarà scarcerato. Inoltre Tesori dichiara di conoscere Michelangelo Cerroni  "anch’egli perseguito dai francesi come capo rivoluzionario"  e riferisce che Cerroni e Narducci si conoscevano bene, in quanto avevano partecipato insieme all’insorgenza). Lo ritroviamo, durante la Repubblica, arrestato a Roma dove viene aiutato da un suo compatriota Giacinto Tesori; costui è uno speziale di Frosinone arrestato dalla Giunta di Stato, che erroneamente lo ritiene un fervente repubblicano. Nel corso del suo interrogatorio dichiara di essersi trasferito a Roma da oltre un anno proprio per aiutare Narducci "il quale come capo rivoluzionario era stato arrestato dai francesi, ed era prossimo al pericolo di essere fucilato". Tesori dice che, grazie alle sue conoscenze all’interno della Repubblica, riesce a far trasferire il processo di Narducci nella centrale di Anagni, da dove poi sarà scarcerato. Inoltre Tesori dichiara di conoscere Michelangelo Cerroni  "anch’egli perseguito dai francesi come Capo Rivoluzionario"  e riferisce che Cerroni e Narducci si conoscevano bene, in quanto avevano partecipato insieme all’insorgenza. Narducci quindi è intimo con i capi del tentativo di sommossa e infatti racconta di essere stato avvicinato a Guarcino proprio da Angelo Maria Cataldi, che "molto riprometteva in mia persona". Cataldi, forte delle esperienze passate, ritiene di avere nel notaio un alleato sicuro e gli racconta nel dettaglio il piano proponendogli di parteciparvi; Narducci finge di accettare la proposta solo per poter meglio indagare. Il notaio quindi indica con molta precisione i capi e i rispettivi uomini che ciascun di essi controllava e nonostante Cerroni non si fidasse più di lui riesce a carpire informazioni molto precise sul piano, sui tempi e modi di realizzarlo: inoltre dichiara di aver più volte osservato i congiurati riunirsi sulla piazza del macello, in casa di Pietro Spaziani e nel forno del paese. Narducci è un personaggio molto esemplificativo delle differenze presenti tra il 1798-1799 e il 1801, per meglio dire tra l’insorgenza e il nuovo tentativo. Nel biennio repubblicano un uomo come Narducci, che appartiene per censo e per professione all’élite del paese, prende le armi in difesa della religione e del Pontefice e del mondo che questo rappresenta: in tale occasione si unisce con altri uomini, molto distanti da lui, per censo, posizione sociale, cultura con i quali percorre un tratto di strada. Questa strada può essere anche lunga e può prevedere la fuga nel regno di Napoli e il carcere ed è segnata da violenze di vario genere e natura. Una volta vinta la battaglia, ripristinato il governo pontificio, Narducci e tutti quelli come lui riprendono la loro vita e la loro posizione all’interno del paese. L’insorgenza ha rappresentato una parentesi nella loro esistenza, sicuramente importante ma non ha apportato modifiche radicali nel modo di vita. Narducci era un notaio, un possidente e un uomo ricco prima del 1798 e lo resta anche successivamente: inoltre, in un clima di pacificazione, voluto da Consalvi e avallato da Pio VII, il rientro nel paese degli ex repubblicani che appartenevano alla stessa élite sociale del paese (l’ex console Giacomo de Mattheis era un ricco possidente) non comporta ai suoi occhi scandalo e non produce volontà di rivalsa. Al contrario l’atteggiamento di quella parte degli insorgenti lo preoccupa molto, dal momento che ne conosce bene le capacità, la pericolosità e anche la violenza. Costoro sono ora ritornati ad essere uomini molto lontani da lui, che, tornato il legittimo governo, ripristinate le antiche istituzioni, non hanno accettato di ritornare al posto che gli compete ma che invece vogliono restare i padroni del destino del paese. Questo Narducci e tutti quelli come lui non possono tollerarlo. Infatti con parole aspre descrive i suoi ex compagni di insorgenza:Li soggetti tutti complottati sono persone veramente sediziose e sebbene in passato ognuna avesse il suo particolare impiego onde vivere, dalla passata sommossa impinguatisi coll’altrui sostanze vivono di presente senza alcun impiego, e se qualcuno ha già dilapidati gli acquisti, va tirando innanzi con dei raggiri e trappole, persone dedite alla deboscia, ubriachezza, gioco, facile a prender risse, insomma soggetti tutti, che danno da temere a chi procura di vivere sotto i dettami delle leggi divine ed umane. Li riferiti capi poi non sono di disegual nota, oltre di che intraprendenti, briganti, e più impinguati dall’altrui ruine. Il solo Terracciani colli passati saccheggi e rapine ad un mio credere si sarà formato un capitale di circa ventimila scudi, così il Cerroni, nontanto lo Spaziani, e anche il Cataldi che sebbene abbia il domicilio in Alatri, dove prima viveva miserabilmente, ora poi è pieno di danaro, e sostanze e la fa da mercante di macelli. Questa descrizione a tinte forti è confermata da tutti i testimoni che descrivono gli imputati come uomini  "truci",  "violenti",  "prepotenti",  "avidi", "oziosi", "vagabondi", dediti al saccheggio, alle nefandezze peggiori, al bere, alla vita dissoluta, interessati solo al denaro e con una sfrenata volontà di saccheggio e animati da una sete di arricchimento personale. - "Poi semo tutti noi"  L’immagine che esce dalle testimonianze e che anche il potere pontificio è intenzionato a veicolare è quella riportata nelle parole di Narducci; gli ex insorgenti sono uomini violenti che vogliono uccidere e saccheggiare i benestanti per una volontà di arricchimento personale, ma da una lettura attenta delle carte questa immagine esce un poco sbiadita. Le motivazioni e le descrizioni addotte dai testimoni non collimano o quantomeno non collimano perfettamente con le  "parole" degli imputati; parole che, come abbiamo detto, sono riportate dagli stessi testimoni nei loro interrogatori. La  "voce"  degli inquisiti, seppure riportata da terzi, ci mostra squarci di una realtà più complessa e più mossa di quanto gli stessi testimoni vogliono far apparire e modifica l’immagine volutamente statica che si voleva far passare. Andrea Gorirossi racconta nella sua testimonianza di un dialogo a cui ha assistito tra Bartolomeo Franconetti, ex insorgente, e Angelo Antonucci, ex repubblicano ,che vale la pena di riportare: «Bartolomeo mio ma che ti ho fatto?», ed egli (Franconetti) rispose «se non hai fatto niente ne hai fatto ad altri» e minacciando colla testa proseguì «basta non è venuto il freno ancora?». L’importanza del dialogo è tutta nella risposta di Franconetti che dice non esservi un problema fra i due come invece crede Antonucci ("cosa ti ho fatto") ma è una questione generale, diremo quindi  "politica"  in quanto il fatto di essere stato un repubblicano comporta aver compiuto delle azioni contrarie a qualcuno ("ne hai fatto ad altri"). In questo caso l’accusa mossa dall’insorgente al repubblicano è quella di essere appartenuto ad uno schieramento politico avverso e quindi per questo colpevole e meritevole di essere ucciso come minacciava Giuseppe Giansanti Colucci ("e pure quando mai se l’aspettavano, moriranno tutti"). Certamente la volontà di arricchirsi, saccheggiando le case e i beni degli ex repubblicani o dei maggiorenti dei paesi è presente in maniera importante nelle motivazioni che spingono questi uomini a tentare una nuova sommossa e non deve essere abbandonata o relegata sullo sfondo; Giuseppe Donati dice che lo scopo principale dei congiurati  "è quello di profittare dell’altrui sostanze con delle rubberie, rapine e saccheggi"68 ed è anche quello che dice Giuseppe Tangredi quando, nel corso di una discussione in una bottega di Frosinone, dice "mi voglio prima mangiare il sangue delle persone, e mi voglio impadronire della loro robba". In Silverio Bomattei le due motivazioni convivono, il teste Andrea Ranalli riferisce che Bomattei diceva che aveva finito i denari e "che era venuto il tempo di rifarli" e che per far ciò si sarebbero dovute tagliare le teste del Preside, dei membri del Tribunale, dei "Giacobini e persone Benestanti". Riecheggia qui il tema di uno scontro tra repubblicani ricchi e benestanti e il resto della popolazione; sappiamo che una parte importante dei repubblicani, specialmente nei paesi, apparteneva all’élite economica e sociale che aveva governato e continuava a governare le città. (Da una mia ricerca in corso sulla città di Alatri risulta che il 42 per cento dei repubblicani erano benestanti e un dato così alto sembra essere presente anche in altre realtà anche se manca uno studio specifico e approfondito di tipo quantitativo sui paesi dello stato pontificio; su questi temi si veda M.P. Donato, "I repubblicani. Per un profilo sociale e politico") La visione del  "giacobino"  affamatore della popolazione si ripresenta nelle parole di Giuseppe Noce ex insorgente di Veroli, che accusa i  "Galantuomini, Benestanti, Giacobini"  di trattenere le loro grasce per venderle fuori città e quindi affamare il popolo e che unico mezzo per far cessare le "miserie" era necessario fare "una tagliata di teste". Bisogna ricordare che Veroli, Alatri e in altri paesi teste erano rotolate per le strade e il ricordo dei roghi sui quali si erano bruciati i repubblicani era ancora vivo. Tutto ciò ci porta verso l’ultima parte delle considerazioni dei congiurati quelle che riguardano la volontà di  "finire"  il lavoro iniziato qualche anno prima e di riprendersi i paesi che aveva conquistato e che ora vedono tornati nelle mani degli odiati repubblicani con il sostegno del governo pontificio. È Michelangelo Cerroni a dare voce a questi risentimenti quando sostiene che questa volta non commetterà gli errori precedenti, cioè aver ceduto il potere conquistato al legittimo governo, che si è mostrato inetto e colluso e soprattutto non ha valorizzato proprio coloro che avevano consentito il suo ritorno73; ed è proprio contro il governatore, rappresentante del governo pontificio nelle città di competenza della Camera apostolica, che si coagula tutto l’odio dei congiurati: è lui che deve subire la pena peggiore, pubblica e violenta come pubblica e violenta era stata la fine dei repubblicani nel biennio 1798-1799. ... · La carboneria a Ferentino e a Torrice : (le deposizioni di Vona, De Santis, Quattrocchi e Sciarra) / di Benedetto Catracchia

Repertorio generale di giurisprudenza dei tribunali romani 1827

Archivio Notarile di Stato distrettuale di Frosinone

I notai erano tenuti a presentare ogni quattro mesi all'archivista il repertorio vidimato dal preposto del Registro (art. 37). Inoltre "alla fine di ciascun repertorio dovranno apporre in carta libera un indice alfabetico contenente i cognomi e nomi delle parti alle quali sono relativi gli atti descritti nel medesimo" (art. 38). "I protocolli e repertori dei notai morti o destituiti, ovvero che mutano domicilio, saranno depositati, entro il termine di un mese, nell'archivio del circondario ed i governatori insieme cogli archivisti avranno cura che si effettui la consegna nei rispettivi archivi" (art. 39). "Seguita la morte del notaio, i protocolli e i repertori saranno posti sotto sigillo dal governatore, finché se ne faccia formale deposito in archivio. Nell'atto della consegna si formerà uno stato di spese anticipate e degli onorari, di cui potesse essere creditore il notaio defunto e questi si riscuoteranno dagli eredi" (art. 41). Il numero dei notai era proporzionato al bisogno della comunità (art. 4). Ciascun notaio doveva risiedere nel luogo che gli era stato assegnato dalla Prefettura (art. 5) e gli era proibito fare qualsiasi atto notarile al di fuori di tale circondario, sotto pena della sospensione per sei mesi e della destituzione, in caso di recidiva (art.7). La professione di notaio era inoltre incompatibile con quella di giudice, governatore, cancelliere, procuratore ed avvocato (art. 9). Gli atti usciti fuori dalla Legazione o Delegazione dove erano stati fatti dovevano ricevere una legalizzazione firmata o dal presidente del tribunale di prima istanza o dai rispettivi governatori, nel cui circondario l'atto era stato formato (art. 32)35. Il compito di sorveglianza spettava alla Presidenza degli Archivi, che cessò di esistere nel 1847, quando Pio IX la trasformò da dicastero autonomo a Direzione Generale, alle dipendenze del Ministero dell'Interno. ...

1784 ott. 12-1797 ago. 29 Notaio Quattrocchi Ioannes Antonius/ Giovanni Antonio Torrice 144/146. Prot., con copertina, di cc. 544. Rubricella di cc. 13. v.s.: "Quattrocchi Giovanni Antonio di Torrice. Protocollo 17". Da c. 448 a c. 544 gli atti presentano la sottoscrizione del notaio Francesco Quattrocchi, figlio di Giovanni Antonio, il quale, essendo morto il padre, ha ricevuto dal Prefetto degli Archivi della Reverenda Camera Apostolica in data 1798 gen. 29 la facultas subscribendi nec non publicandi omnia et singula instrumenta non subscripta per defunctum Notarium Joannem Quattrocchi. Tra le cc. 447 e 448 sono presenti sia la richiesta del notaio Francesco Quattrocchi sia la lettera del Prefetto degli Archivi.

Fasc. di cc. 378, n.n. v.s: “Copie d’atti del Notaro Francesco Quattrocchi così rinvenuti nell’archivio vecchio. Torrice”. 1817 feb. 28 - 1823 dic. 22 Frosinone c. 27: atto del notaio Francesco Quattrocchi (S.T.) datato 1818 mag. 17 c. 86: atto del notaio Francesco Quattrocchi (S.T.) datato 1818 mag. 18.

QUATTROCCHI Ioannes Antonius/ Giovanni Antonio - 1784 ott. 12 - 1790 dic. 27 Torrice c. 116: atto rogato a Frosinone. Fasc. di cc. 439, n.n.

QUATTROCCHI Ioannes Antonius/ Giovanni Antonio 1791 ago.28 - 1793 dic. 29 Torrice Fasc.di cc. 285,

145. 209 QUATTROCCHI Ioannes Antonius/ Giovanni Antonio 1796 giu. 30 - 1797 ago. 29 Torrice Fasc. di cc. 110, n.n.

QUATTROCCHI Ioannes Antonius/ Giovanni Antonio 1794 gen. 1 -1797 ago. 29 Torrice cc. 76 v., 84 e 118: atti rogati a Ceccano.

Atti - 1827 - Camera dei Deputati Parlamentari LEGISLATURA XVIII SESSIONE, DISCUSSIONI, TORNATA DEL 7 MAGGIO 1891 LX. TORNATA DI GIOVEDÌ 7 MAGGIO 1891 - Votazione di tre disegni di legge.

Presidente. L'ordine del giorno reca votazione a scrutinio segreto di tre disegni di legge : Autorizzazione di spesa per provvedere ad una inchiesta disciplinare ed amministrativa nella colonia Eritrea. Autorizzazione della spesa di lire 3,000,000 da iscriversi al capitolo n. 39 (Spese d'Africa) dell'assestamento del bilancio 1890-91 del Ministero della guerra. Modificazioni all'assestamento della spesa del Ministero degli affari esteri per l'esercizio finanziario 1890-91. Si faccia la chiama. Fortunato, segretario, fa la chiama. Hanno preso parte alla votazione: Amato Pojero, Ambrosoli, Antonelli, Arbib, Arcoleo, Armirotti , Artom di Sant'Agnese, Baccelli, Balenzano, Berio, Bonacci, Bonardi, Bonasi, Borgatta, Borromeo, Branca, Brin, Brunetti, Bufardeci, Cadolini, Calvanese, Canzio, Capilongo, Cappelli, Carcano, Casana, Casati, Cavalieri, Cavalletto, Cavalli, Cavallotti, Cefaly, Cerruti, Chiala, Chiapusso, Chiaradia, Chimirri, Chinaglia, Cipelli, Cocco Ortu, Coffari, Colombo, Comin, Ceppino, Costantini, Cremonesi, Cuccia, Curcio, Curioni, Daneo, Danieli, D'Arco, De Biasio Vincenzo, De Dominicis, De Giorgio, De Lieto, Della Rocca, De Murtas, De Puppi, De Riseis Giuseppe, De Seta, Di Biasio Scipione, Di Breganze, Di Collobiano, Diligenti, Di Marzo, Dini, Di Rudinì, Di San Donato, Di San Giuseppe, Di Sant'Onofri, Elia, Ellena, Episcopo, Ercole, Fabrizj, Falconi, Faldella, Ferracciù , Ferraris Maggiorino, Ferri, Finocchiaro Aprile, Fornari, Fortis, Fortunato, Franceschini, Franchetti, Frascara, Frola, Galli Roberto, Gallo Niccolò, Gamba, Garibaldi, Gasco, Giampietro, Giolitti, Giorgi, Giovagnoli, Giovanelli, Giusso Grassi Pasini, Grimaldi, Guglielmi, Indelli, Laj, Lanzara, Lazzaro, Levi, Lovito, Lucca, Lucifero , Luzzatti, Mafia, Maranca Antinori, Marazzi Fortunato, Marchiori, Mariotti Filippo, Marietti Ruggero, Marzin, Maury, Mazza, Mazziotti, Mazzoni, Mei, Menotti, Merello, Mezzacapo, Mezzanotte, Miceli, Moceani, Montagna, Monticelli, Morelli, Morin, Mussi, Nasi Carlo, Nasi Nunzio, Nicotera, Oddone Giovanni, Oddone Luigi, Pais-Serra, Panizza Giacomo, Papa, Pascolato, Pelloux, Penserini, Perrone di San Martino, Picardi, Piccaroli, Pinchi, Plebano, Poli, Polvere, Pompilj, Puro, Quattrocchi , Quintièri, Rampoldi , Rinaldi Pietro, Riola Errico, Rizzo, Rolandi, Romanin Jacur, Rossi Rodolfo, Roux, Ruggieri, Salandra, Sampieri, Sanfìlippo, Sani Giacomo, Sani Severino , Saporito, Silvestri, Simonelli, Sineo, Sola, Solinas Apostoli, Sonnino, Spirito Squitti, Stellati Scala, Strani , Suardi Gianforte, Suardo Alessio, Tacconi, Tajani, Tasca Lanza, Tegas, Tittoni, Tommasi Crudeli, Tondi, Torelli, Torrigiani, Tripepi, Trompeo Turbiglio Sebastiano, Vaccaj, Vendemini, Vendramini, Vetroni, Vienna, Vischi, Visocchi, Vollaro Savario, Zaoolini, Zeppa, Zucconi.

MONTEROSI (V.T.)

Gazzetta ufficiale del regno d'Italia - Parte 2 - Pagina 1760

Italy - 1881 - Che detti fondi furono venduti in due lotti alla signora Luisa Sartori in Quattrocchi del fu Gioacchino Quattrocchi per i seguenti prezzi, e cioè: Il 1° lotto formato col fondo descritto al n. 1, per . . L. 7,000 Il 2° lotto formato con tutti gli altri fondi posti nel comune di Monterosi, per . . L. 8,000 E cioe! in tutti .... L. 15,030 e di Enrico Quattrocchi

 

Monterosi è tutto raccolto intorno al suo nucleo centrale, ha avuto, in passato, importanti funzioni strategiche. Il passaggio della via Cassia favorì scambi economici e culturali con il resto dell'Etruria e questo consentì a Monterosi, e ad altri paesi vicini,di migliorare culturalmente ed economicamente. Naturalmente, per lo stesso motivo, Monterosi fu anche vittima di numerosi assedi e saccheggi, passarono infatti da Monterosi Romani, Goti e Longobardi.Monterosi inizialmente situato sul colle che attualmente lo sovrasta, intorno al 1400, in un periodo di relativa calma, trasferì il suo il centro abitato a valle. Monterosi è ricordato nei libri di storia perché teatro di memorabili avvenimenti. Monterosi fu nel 1155, ad esempio, il luogo prescelto da papa Adriano IV per incontrare Federico Barbarossa che doveva essere incoronato imperatore, il Barbarossa si rifiutò, in quell'occasione, di reggere la staffa al pontefice che doveva salire a cavallo.Sempre a Monterosi, nel 1649, venne ucciso Monsignor Giarda, mandato da Innocenzo X per convincere Ranuccio Farnese a restituire il ducato di Castro. Fu forse questo uno dei motivi che spinsero il pontefice ad ordinare la distruzione di Castro. Ancora in tempi più recenti, durante le invasioni napoleoniche, Monterosi fu al centro di una sanguinosissima battaglia tra le truppe francesi e gli eserciti di re Ferdinando. Monterosi assieme a molti altri centri della zona, sono di volta in volta nelle mani del potere pontificio o di alcune tra le famiglie più potenti del Lazio, tra cui i di Vico, gli Anguillara e gli Orsini. La posizione di Monterosi a controllo della Cassia ne fece un importante punto strategico, ruolo accentuato dalla costruzione di un maniero sulla collina sovrastante il paese (Monte della Torre) ad opera di Federico II di Svevia, impegnato nella lotta con le truppe pontificie di Innocenzo IV (1243-1254). Un secolo prima un altro Federico aveva lasciato la sua impronta nella storia in questo luogo, Federico Barbarossa, il 9 giugno 1155, in occasione dello storico incontro con papa Adriano IV (1154-1159): il Barbarossa chiedeva di essere riconosciuto come Imperatore dal Pontefice, ma aveva osato l'affronto di non sorreggere la staffa a quest'ultimo mentre smontava da cavallo. Un incidente diplomatico che presto sarebbe stato risolto.


Indice
America del Nord Quattrocchio e Quattrocchi
America del Sud Quattrocchio e Quattrocchi

Araldica Quattrocchio Quattrocchi
Basilicata Quattrocchio Quattrocchi
Biografia Gilberto Quattrocchio
Calabria Quattrocchio Quattrocchi
Campania Quattrocchio Quattrocchi
Curiosita Quattrocchio Quattrocchi
Emilia Ferrara Quattrocchio Quattrocchi
Esempi di genealogie disinvolte
Francia-Tunisia Quattrocchio Quattrocchi
I miei genitori: Gildo Quattrocchio e Emanuela Cuomo
Liguria Quattrocchio Quattrocchi
Lombardia Quattrocchio Quattrocchi
Marche Quattrocchio Quattrocchi
Piemonte Quattrocchio Quattrocchi
Puglia Quattrocchio Quattrocchi
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